69°Berlinale. Vice, ovvero l'assassino autorizzato

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E' quel Dick Cheney che, “ ha condizionato gli Stati Uniti degli ultimi cinquant’anni, agendo come il diavolo stesso nell’ombra”. Il film narra la storia di un individuo che è riuscito, attraverso una combinazione unica di disciplina, astuzia e fortuna, a piegare la realtà alla sua volontà.

vice6Se n’era già parlato a inizio gennaio di Vice  - l'uomo nell'ombra dell’americano Adam McKay, fuori concorso alla Berlinale, quando Christian Bale (foto a lato), ritirando il Golden Globe per il suo ruolo di protagonista, disse: “E grazie anche a Satana per avermi ispirato per questo ruolo”. Avute le attese critiche – stucchevoli per altro – Bale aveva doppia ragione per giunta, poiché il titolo del film Vice “Vicepresidente”in inglese è sinonimo di “vizio”.

Infatti, il personaggio da lui interpretato, che gli è valso quel premio (e una candidatura all’Oscar) è quel Dick Cheney che, “ ha condizionato gli Stati Uniti degli ultimi cinquant’anni, agendo come il diavolo stesso nell’ombra”, ha chiarito appunto McKay stamane in conferenza stampa, dopo il press screening. Tutto chiaro, specie il modo in cui "Vice" racconta Dick Cheney, che sarebbe diventato il più potente vicepresidente della storia americana, iniziando da giovane portando Stati Uniti e la geopolitica molto in fretta verso la catastrofe .

Dopo essersi fatto espellere da Yale negli anni dell’università, si ritirò nel suo stato natio del Wyoming, perseguendo i suoi interessi in alcol e sigarette e lavorando come un guardalinee elettriche di una società di servizi. Dick fu salvato dalla rovina – o dal diventare un caso umano - grazie al severo intervento della fidanzata, Lynne Vincent – poi Cheney - (Amy Adams) che disse al suo ribelle che erano una coppia finita, se non si fosse ricomposto. Facendosi promettere che mai più avrebbe dovuto deluderla.

ViceMcKay (a lato), ha ricostruito la storia di Cheney a suo dire a prezzo di grandi difficoltà, perché Cheney è stato molto bravo a non lasciare tracce. Tuttavia nel film trapela troppa minuzie per siffatte difficoltà, tradendo il punto di vista di qualcun altro, ovvero dalle biografie di Jane Mayer e Barton Gellman. Propense alla storia di un individuo che è riuscito, attraverso una combinazione unica di disciplina, astuzia e fortuna, a piegare la realtà alla sua volontà.

Un uomo impressionante: apprende il gioco all'interno di Washington durante le amministrazioni Nixon e Ford, applica le lezioni durante la presidenza di George H.W. Bush e dimostra la sua impareggiabile maestria quando arriva George W. (Sam Rockwell). Che cosa significa?

Per la Costituzione americana rimodulare il ruolo del Vicepresidente, per concentrare in senso incostituzionale il potere nelle mani di un Presidente marionetta, il famoso George W., ottenendo consenso per avere tempo a disposizione (i due mandati concessi e lui come Vice).

Ciò ha tuttavia significato ben più per il mondo, non solo per come lo abbiamo conosciuto dall’11 settembre in poi – il trampolino usato da Cheney per la sua rivoluzione repubblicana – ma per come lo affrontiamo oggi. Con Trump alla presidenza, spiegabile come effetto di quegli anni, e in Europa con la ribalta dei populismi scatenatasi con le migrazioni di massa da Africa e Medio Oriente. Dunque la veloce sequela degli effetti-Cheney non guasta, anche per imprimere ancora una volta sulla pelle della Storia ciò cui può la politica antidemocratica, quando si traveste da paladino della giustizia per liberare improvvisamente i popoli spaventati da un terribile nemico o oppressi dalle dittature.

Partiamo dall’Iraq e dalla deposizione forzata di Saddam Hussein per liberare il suo popolo e distruggere il mai rinvenuto arsenale chimico (Cheney voleva i pozzi di petrolio di quel paese per barattare la riforma fiscale W. Bush e ridurre la tasse ai miliardari americani); se chiunque può essere il nemico in casa, è lecito il controllo sulla vita privata dei cittadini attraverso attacchi telematici a tappeto.

E se ciò appare antidemocratico, serve invece a proteggere gli americani (così Cheney è entrato nei parlamenti del pianeta, ma anche nella vita privata di colleghi esteri per ricattarli e portarli a appoggiare la politica americana). Fatti non da poco se ricondotti –“in nome della verità”- all’estorsione d’informazioni attraverso la tortura, praticata dai soldati americani in Iraq, con immagini che fecero il giro del mondo e accrescere il principio del terrorismo islamico, secondo cui l’Occidente è un nemico da distruggere.

Sfociamo per questo agli anni del Daesh (ISIS) e alla cifra di migliaia di vittime uccise come le ricordiamo e alle recrudescenze di violenza civile negli Stati Uniti e in Europa con stragi tra discoteche, concerti e mercatini natalizi sparsi. Mentre il fronte europeo, impegnato a litigare per la patata bollente dei rifugiati, si sgretola a favore della politica americana del divide et impera.

“Promettimi che non mi deluderai mai più”, torniamo alla richiesta della giovane Lynne al suo scapestrato. Quella pretesa vale forse una lezione di vita, se tenersi un ubriaco in casa potrebbe la salvezza di un’intera epoca.

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Salvatore Trapani

Salvatore Trapani vive a Berlino dal 1998. Ha corrisposto per le pagine di cinema e cultura del periodico romano Shalom-Mensile e del quotidiano nazionale Il Giornale. Si occupa di memoria storica e arti visive cooperando come referente alla formazione per il Memoriale agli Ebrei uccisi d’Europa a Berlino, per il Memoriale dell’ex campo di concentramento femminile di Ravensbrück  per l’Isituto Storico di Reggio Emilia, ISTORECO, dove ha fondato il progetto A.R.S. – Art Resistance Shoah. È anche autore di novelle (Edizioni Croce) e per saggistica (Editrice Viella).  Si chiama Denoument il suo sito tutto dedicato al Cinema.(https://www.denouement.it/).

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