Italiani attenti, rischiamo la fine della Grecia

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É come una tragedia classica: un incubo dietro l'altro e la Grecia del terzo millennio fatica a ritrovare se stessa. Prima un caotico disordine nei conti dello Stato, quindi il meccanismo di stabilità e la troika che sacrificano il benessere popolare sull'altare dei bilanci pubblici, infine le vacillanti prospettive del turismo, la principale attività nazionale minacciata dalla pandemia. Il paese soffre la diffidenza e l'isolamento, sembra che sull'Acropoli l'Europa non sia più di casa. Ma che cos'è questa Europa? Dove sono le sue radici? Ha forse un'identità sovranazionale? Ecco la prima tappa di un breve percorso che prende le mosse proprio dalla mitologia ellenica.

   grecia9Chissà se alla fine la Grecia ce la farà, a restare nell'eurozona. Dovesse rinunciare alla valuta unica, la moneta da due euro illustrata dal “ratto d'Europa” diventerebbe niente altro che un pezzo da collezione.

Raffigura la bella principessa fenicia in groppa al toro, che in realtà è l'ennesima trasfigurazione di Zeus. Il re dell'Olimpo se n'è infatuato, e sotto mentite spoglie l'ha sottratta alla corte di Tiro e le ha fatto attraversare il mare fino a Creta.
Purtroppo lei non condivide affatto l'ardore di Zeus e gli resiste, allora lui ricorre una volta ancora al suo repertorio di trasformista, diventa un'aquila e finalmente può farla sua.
Come diavolo abbia fatto, nelle sembianze del rapace, è un dettaglio tecnico che la narrazione mitologica non chiarisce.
Più tardi Europa diviene la sposa di re Asterione, lusingato più che infastidito dal precedente divino, e dunque regina di Creta.
Intanto grazie alle attenzioni del suo autorevole amante ha messo al mondo un bel po' di figli fra i quali Minosse. E mentre Zeus si sdebita per la stimolante avventura disegnando nel cielo la costellazione del Toro, il nome di Europa viene trasmesso al continente grande e misterioso che si estende oltre il mare, a settentrione di Creta.
Un nome bellissimo, con quella sillaba iniziale che in greco evoca il bene, il buono, il positivo. Un nome che a seconda delle interpretazioni etimologiche potrebbe voler dire “ampio sguardo”, “grandi occhi” oppure, se deriva dalle lingue semitiche (come quella parlata dalla fanciulla amata da Zeus), “occidente”.
 
     Sarebbe davvero un peccato, se dovesse scomparire dalla circolazione la moneta greca da due euro, così come quella da uno che invece raffigura, come già il tetradracma ateniese di venticinque secoli or sono, la sacra civetta, l'uccello notturno tanto caro ad Athena. Sarebbe come se il toro-Zeus ripercorresse a ritroso, una volta ancora con Europa in groppa, il tratto di mare verso la Fenicia, voltando le spalle alle terre che portano il nome di lei.
In questo modo renderebbe vana la grande intuizione racchiusa nel mito: l'avere individuato nel continente ancora sconosciuto l'area di espansione della cultura sbocciata sotto il sole del Mediterraneo orientale.
Un'intuizione che sembra scontare anche gli sviluppi successivi: l'incontro di questo con altri apporti di varie provenienze, il formarsi di un esuberante melting pot, fino alla creazione di quell'universo multiforme, affascinante e mutevole che ancora oggi chiamiamo con il nome della principessa fenicia costretta al regale esilio cretese.

     Nell'isola lunga e stretta, proprio a forma di culla, che occupa il centro del Mediterraneo orientale, quattro o cinquemila anni or sono vagiva la creatura che avrà in sorte lo straordinario destino dell'Europa. Quando poco più di un secolo fa la spedizione archeologica guidata da Sir Arthur Evans scoprì le meraviglie del palazzo di Cnosso, improvvisamente parve che re Minosse, figlio di Europa e Zeus, giudice infernale secondo Omero e Dante, balzasse fuori dalla leggenda facendosi storia.

Addirittura Evans diede quel nome alla civiltà “minoica”, la prima manifestazione di quella che possiamo chiamare cultura europea.
Siamo ancora nell'età del bronzo e dopo alcuni secoli di splendore uno spaventoso cataclisma, determinato dall'esplosione del vulcano di Santorini, distrugge Creta avviandola a un declino inarrestabile.
Prima l'irruzione nelle terre devastate di un popolo del Peloponneso, i micenei, quindi la graduale trasformazione della gente di Minosse in una comunità di pirati. Ma ormai il seme della civiltà ha percorso il breve tratto di mare che separa l'isola dalla terraferma ellenica, e di qui energicamente rilanciato da una straordinaria evoluzione feconderà quella che proprio i cretesi hanno chiamato Europa.
 
     Quando gli europei di oggi s'interrogano, giustamente preoccupati per l'apparente ingovernabilità del fenomeno, sui temi connessi con le grandi migrazioni provenienti dal sud del mondo, non fanno che considerare un tratto costante nella loro storia.
La loro terra ha sempre funzionato come un magnete nei confronti dei continenti vicini, attraverso la porta spalancata del Mediterraneo.
É proprio questo magnetismo ad averle conferito i suoi caratteri, ad averla plasmata così come la vediamo, la sentiamo e la consideriamo, sia pure come sintesi non sempre riconosciuta delle singole identità nazionali.
La connotazione culturale europea nasce e si consolida quando arrivano dall'Asia Minore gruppi umani inizialmente nomadi, capaci di cavalcare e usare il ferro, e si mescolano con le popolazioni originarie, tribù stanziali di coltivatori che maneggiano il bronzo.
I nuovi arrivati hanno le loro radici in terre lontane, la Persia, l'India, e per le loro peculiarità idiomatiche usiamo chiamarli indoeuropei. Le lingue che parliamo, neolatine, germaniche o slave che siano, tutte derivano da quel ceppo antico.
 
     Più tardi la migrazione assume caratteri militari, vuole procedere con la forza, diviene tentativo di conquista.
E allora tocca alla piccola Grecia, dove una civiltà superiore ha prodotto raffinate capacità di governo, il compito storico di fermare le ambizioni di poteri ostili e potenzialmente devastanti. A Salamina, alle Termopili, i marinai ateniesi e gli opliti spartani difendono il principio che la Grecia, l'Europa, accettano qualsiasi “contaminazione” purché non si pretenda d'imporla con le armi.
Si accomodino pure, quegli stranieri così a mal partito con l'armoniosa lingua ellenica da sembrare balbuzienti e per questo chiamati “barbari”: ma armati soltanto d'idee.
Come tutte le onde, anche questa provoca una risacca: tocca ad Alessandro il Macedone la più spettacolare proiezione militare della storia antica che in pratica accomuna, nel segno e nel sogno dell'ellenismo, l'Asia centro-occidentale al Mediterraneo ormai costellato di colonie greche.
 
     A parte il mito cretese ancora non si parla di Europa, perché questo è semplicemente il mondo.
E al centro del mondo nasce e si espande il potere di Roma, che si sbarazza dei piccoli potentati italici e poi guarda oltre il mare, elimina la concorrenza navale di Cartagine, nutre e addomestica la sua vitalità selvaggia con i fermenti della cultura greca.
A questo punto Roma, dopo essersi garantita il controllo del Mediterraneo, muove le sue legioni verso settentrione dove il continente arcano si estende fra fitte foreste e grandi fiumi, fino ai mari grigi e freddi del nord.
Ancora non si parla d'Europa, perché l'impero non è continentale ma tricontinentale, e i suoi centri più vivaci non sono certo oltre le Alpi, fra le brume abitate da britanni, galli, batavi, germani e daci, ma piuttosto nell'Oriente caldo e luminoso.
Ad Alessandria per esempio, dove la grande filosofia classica ancora così lontana dallo steccato fra le “due culture” esplora insieme il mondo delle idee e quello delle cose, entrando fatalmente in conflitto con i più vari dogmatismi e avviando la nobile difesa della ragione dagli oscurantismi clericali.
 
     Chissà che cosa avevano in mente, i cretesi che per onorare la madre di Minosse chiamarono Europa le terre del nord.
Terre che rimasero misteriose a lungo: ancora nel quinto secolo Erodoto di Alicarnasso descriveva nelle sue Storie le vicende relative a ogni sorta di popoli gravitanti attorno al mare d'oriente: lidi, persiani, egizi, libici. Ma non c'era spazio per i barbari che ancora attendevano, nell'ombra fitta delle loro foreste, la spinta vivificante che arriverà da mezzogiorno.
Questo stimolo si manifesterà dopo che la Grecia avrà trovato la sua strada proiettata verso la modernità, prendendo le debite distanze dagli arcaici modelli autoritari.
Come scrive Herbert Fisher nella sua Storia d'Europa, “un abisso profondo divide la statica società ieratica e i governi teocratici della Mesopotamia e dell'Egitto dal libero mondo di guerrieri, rapsodi, pirati e avventurieri descritto nei poemi di Omero, dal quale... si sviluppò nel corso del tempo la civiltà caratteristica del mondo europeo”.
 
     Non è facile accettare la prospettiva che la Grecia, interfaccia fra l'Europa e il resto del mondo agli albori della civilizzazione, possa essere emarginata dalla comunità di popoli che ha contribuito così potentemente a forgiare.
Purtroppo la democrazia, quella forma di organizzazione della società che proprio lì è nata, fra il mare e le dolci colline dell'Attica, non soltanto è soggetta, come avvertiva Platone, al rischio della degenerazione tirannica, ma è talvolta indifesa contro certe disinvolte o scellerate pratiche di governo.
Come quelle che hanno portato il paese al disastro, costringendo l'orgoglio dei greci a fare i conti con invadenti intromissioni straniere.
Ma sull'altro piatto della bilancia pesano gli immensi crediti accumulati nei secoli, a partire dalla splendida stagione minoica.
Cerchiamo di non tradire il mito, di non rendere vana la traversata del mare sul dorso del toro divino che fece della principessa di Tiro la prima regina d'Europa.
 
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Alfredo Venturi
É nato a Bologna, vive in Toscana. Laurea in Scienze politiche. Giornalista (il Resto del Carlino, La Stampa, Corriere della Sera) attivo in Italia e all'estero. Ha trascorso in Germania il decennio che comprende la riunificazione. Editorialista del settimanale Azione di Lugano. É autore di numerosi saggi di ricerca e divulgazione storica.
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