Iran. Tutto il potere ai Guardiani della Rivoluzione, ai Pasdaran

Volentieri pubblichiamo questo articolo di Kamran Babazadeh che offre la visione dei fatti di chi conosce la nazione iraniana dal di dentro. 

iran4A giugno, dopo la guerra lampo di dodici giorni tra Israele, appoggiato dagli Stati Uniti, e l’Iran, il Medio Oriente si risveglia in una nuova fase storica. Se l’obbiettivo era indebolire l'apparato militare iraniano, il risultato sembra essere stato l’opposto: le forze armate iraniane ne escono più determinanti che mai nella struttura del potere interno, benché finora siano rimaste dietro le quinte, come si usa dire.

Perché i militari in Iran non hanno mai preso apertamente il potere? La risposta è più sottile di quanto appaia: non lo fanno perché non ne hanno bisogno. E, soprattutto, perché lo fanno solo quando sarà strategicamente inevitabile.

I militari che governano in borghese

Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC, o Pasdaran) è da anni il vero perno del potere in Iran. Non è solo una forza armata d’élite e un temuto strumento repressivo, ma è soprattutto un colosso economico, che governa un impero che poggia su settori chiave come il petrolio, il gas, le telecomunicazioni, i porti, gli appalti pubblici, le banche, i media.

Attraverso una rete di holding e cartelli, i Pasdaran controllano una parte consistente dell’economia nazionale, rafforzando così la loro influenza politica e la capacità di incidere sulle decisioni strategiche del Paese. Non hanno bisogno della divisa per esercitare il comando: governano già in borghese.

La guerra non ha fatto che confermare un dato strutturale: l’apparato militare è l’asse portante del sistema, ben più del parlamento o del governo. Gli IRGC non devono “entrare in scena” ufficialmente, perché già operano nel cuore dello Stato, dietro la facciata istituzionale della Repubblica Islamica, influenzando – e spesso determinando – ogni scelta cruciale.

Ayatollah Khamenei e l’equilibrio silenzioso

Per decenni, l’Iran ha trovato un equilibrio instabile, ma funzionale sotto l’ombrello carismatico della Guida Suprema, l'ayatollah Ali Khamenei. Figura centrale della Repubblica Islamica, ha legittimato e contenuto l’ascesa dei vertici militari grazie a un tacito patto siglato durante la guerra Iran-Iraq (22 settembre 1980 – 20 agosto 1988), quando, era presidente e membro del Consiglio Supremo della Difesa, con il quale strinse legami profondi con i futuri comandanti dei Pasdaran.

Dal giorno della sua elezione al Guida Suprema della Repubblica islamica dell'Iran, (4 giugno 1989), i militari lo hanno riconosciuto come guida legittima e garante della loro autonomia. Khamenei, da parte sua, ha coltivato con attenzione questa alleanza lasciando ampio spazio di manovra politica e militare ai Pasdaran, ma sempre in una posizione subalterna all'autorità religiosa.

Sicchè finora i Pasdaran rimangono una presenza silenziosa, mai dei protagonisti dichiarati. Ma ora, con Khamenei giunto alla soglia degli 87 anni, la transizione si avvicina. L’anziano leader, dal suo bunker in cui si è rifugiato dall’inizio del conflitto, ha affidato all’Assemblea degli Esperti – l’organo formalmente eletto dal popolo e incaricato di scegliere il successore – una rosa ristretta di tre nomi. Tra questi non figura il nome di suo figlio Mojtaba, probabilmente per evitare le accuse di dinastizzazione del potere.

Sulla carta, l’Assemblea degli Esperti è indipendente, ma non immune dalle decisioni dei Pasdaran, ai quali non preme il nome del successore, bensì la sua disponibilità ad assecondare le scelte di politica nazionale e internazionale dei Guardiani dell Rivoluzione. 

Sacrificio, Efficienza,  Patriottismo.

La guerra di 12 giorni ha consolidato una nuova immagine dei Pasdaran agli occhi dell’opinione pubblica iraniana: i Pasdaran come difensori della patria, della dignità nazionale e dell’integrità territoriale.

L’attacco congiunto israelo-americano, calibrato e brutale, aveva un obiettivo ben preciso: oltre a indebolire la capacità militare dell’Iran, voleva provocare un clima di caos, insurrezione e malcontento, nella speranza di alimentare il crollo del regime e favorire un cambio di sistema riesumando l’esule erede al trono.

Ma l’effetto è stato diametralmente opposto: invece di frammentare il Paese, ha rinsaldato l’unità nazionale, riattivando nella popolazione uno spirito di resistenza e di orgoglio — specie nelle fasce conservatrici e rivoluzionarie —  tutti convinti che senza l’asse sicurezza–resistenza, l’Iran diverebbe una colonia degli USA.

Questa rifigurazione “eroica bellica”  dei Pasdaran agli occhi delle masse e con la benedizione degli ayatollah, aprirebbe al futuro protagonismo politico dei Guardiani della Rivoluzione. Una conquista della ribalta non con i carri armati, ma con i simboli del sacrificio, dell’efficienza e del patriottismo.

Si tenga a mente che i Pasdaran sono una compagine molto variegata. Riassumendo al massimo, al loro interno convivono tre anime:

      • quella ideologica, formata da veterani della guerra e quadri fedeli alla visione originaria della Rivoluzione;
      • quella pragmatica, legata alla gestione del potere e dell’economia;
      • quella corrotta e clientelare, cresciuta all’ombra del sistema di privilegi.

La stragrande maggioranza, soprattutto i quadri ideologici, sono pervasi da un vero senso di missione nazionale. Molti Pasdaran credono sinceramente di difendere l’Iran da un mondo ostile, e  si sentono investiti di una responsabilità storica. Ma è altrettanto vero che patriottismo, autoritarismo, confessionalismo possono creare perverse misture di azione e di pensiero.  Il rischio è che in nome della stabilità e dell’indipendenza, si sacrifichino la partecipazione, il pluralismo, la libertà della società iraniana.

Una “Repubblica dei Pasdaran”? Può essere

Il futuro dell’Iran potrebbe non assomigliare né a una teocrazia né a una classica dittatura militare. Piuttosto, una “Repubblica dei Pasdaran”, formalmente fedele alla Guida Suprema, ma sostanzialmente controllata da chi porta le mostrine, anche in borghese.

A rafforzare questa traiettoria vi è anche un profondo riposizionamento geopolitico: Teheran guarda con sempre maggiore decisione verso Oriente. L’alleanza strategica con la Cina e la Russia, già consolidata sul piano diplomatico, sta assumendo un valore vitale in campo militare,  tecnologico e commerciale (BRICS).

Pechino, in particolare, avrebbe fornito — secondo fonti riservate — un’assistenza militare senza precedenti, sia sul piano della guerra elettronica che nella protezione delle infrastrutture critiche. Questo orientamento rafforza l’asse “resistenza” sul fronte esterno e rafforza il controllo dei militari sul piano interno.

È in questa cornice che va letto il silenzio attuale dei militari iraniani. Non è debolezza, ma attesa. Non hanno bisogno di prendere il potere: lo stanno già gestendo. Aspettano solo che la storia faccia il suo corso.


Kamran Babazadeh copy copy copyKamran Babazadeh nel 1978 era tra i giovanissimi che a Teheran erano scesi in piazza per dimostrare contro il regime dello scià Reza Pahlevi.  All’indomani della rivoluzione è emigrato in Italia e poi in Svizzera dove per oltre quindici anni ha lavorato per OSAR ( l’organizzazione Svizzera di aiuto ai rifugiati),

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