Incredibile. Bombe – Iran – USA. Tutti i rischi di una guerra nucleare
Il recente volume di Vincenzo Maddaloni, “Incredibile. Bombe – Iran – USA. Tutti i rischi di una guerra nucleare”, costituisce un’analisi approfondita delle dinamiche geopolitiche che configurano il Vicino e Medio Oriente contemporaneo, animata dall’intento dell’autore di fornire un quadro interpretativo capace di chiarire modalità e ragioni degli eventi in corso.
https://amzn.eu/d/gDyYZ3jDistinguendosi per la capacità di intrecciare prospettive storiche, politiche e religiose, Maddaloni mostra come la comprensione dei conflitti odierni richieda l’osservazione simultanea di fattori locali e processi globali. L’autore mette in questione le narrazioni egemoniche, evidenziando le strategie comunicative, le legittimazioni religiose e le logiche di potere che orientano le scelte politiche e militari degli Stati coinvolti.
Il volume risulta ulteriormente arricchito dall’esperienza diretta di Maddaloni come inviato a Teheran, unitamente alla scelta metodologica di redigere l’opera in medias res, mentre gli eventi sono ancora in corso.
La trattazione spazia dall’analisi della retorica governativa israeliana e della mobilitazione identitaria basata su riferimenti biblici, alle dinamiche di alleanza tra Iran e movimenti regionali, fino alla revisione critica delle interpretazioni occidentali sul programma nucleare iraniano e sulle politiche di intervento internazionale.
Il prologo del volume si apre con un episodio di forte impatto simbolico: la diffusione, da parte del presidente statunitense Donald Trump, di un video satirico sull’attacco all’Iran accompagnato dalla canzone Bomb Iran. Un gesto apparentemente provocatorio, diviene nell’analisi di Maddaloni una lente privilegiata per comprendere la lunga sedimentazione culturale e politica dell’ostilità tra Washington e Teheran, radicata nella memoria della crisi del 1979 e perpetuata attraverso un immaginario mediatico che spesso banalizza la violenza e normalizza l’idea del conflitto.
Richiamando tali eventi, il prologo mostra come le tensioni tra Stati Uniti e Iran non siano il prodotto di crisi contingenti, ma l’esito di decenni di rivalità e narrative antagonistiche. La ricostruzione del primo scontro diretto del 2025, innescato anche dalle strategie israeliane, introduce uno dei temi centrali dell’opera, ovvero la logica delle alleanze e il ruolo delle rappresentazioni mediatiche nella costruzione della minaccia.
In questo quadro, l’autore sottolinea due elementi che attraversano l’intero volume: il sostegno iraniano alla causa palestinese, in contrasto con la normalizzazione arabo-israeliana, e la capacità israeliana di orientare il flusso informativo globale.
Il prologo svolge una funzione dichiaratamente programmatica: invita il lettore a interrogare la dimensione simbolica e comunicativa del potere, predisponendolo a un percorso interpretativo che intreccia storia, geopolitica e critica delle narrazioni egemoniche.
La prima parte del volume sviluppa un’analisi ampia e stratificata delle recenti trasformazioni mediorientali, inserendole in una cornice che combina prospettiva storica, ideologia e dinamiche del potere globale. Maddaloni mette in discussione le narrative prevalenti , evidenziando la stratificazione di interessi politici, militari e culturali che alimentano il conflitto tra Israele, Iran e gli attori regionali e internazionali coinvolti.
L’analisi si apre con una lucida critica riguardo la complessità ideologica e religiosa che permea il conflitto israelo-palestinese, mettendo in evidenza l’uso sistematico della Bibbia come strumento di legittimazione politica. In particolare, l’autore analizza la retorica di Benjamin Netanyahu, che fa ricorso al passo veterotestamentario sugli Amaleciti per giustificare la campagna militare contro Gaza. La citazione biblica, estratta dal Deuteronomio e storicamente riferita all’antica inimicizia tra israeliti e amaleciti, viene così reinterpretata come mandato divino che autorizzerebbe la “cancellazione” del nemico contemporaneo. In tale prospettiva, la figura degli Amaleciti diviene un dispositivo simbolico attraverso cui i palestinesi vengono disumanizzati e assimilati a un’entità esistenziale da annientare.
Maddaloni sottolinea come tale retorica non rimanga confinata agli ambienti politico-religiosi conservatori, ma trovi spesso accoglienza tacita anche in settori laici della società israeliana. La Bibbia si trasforma così in una fonte di legittimazione della violenza, una forza mobilitante a fini politici che contribuisce a radicalizzare il discorso pubblico. A questa dinamica, si aggiunge la complicità dei media mainstream, inclini a minimizzare o ignorare il ruolo della retorica religiosa nella giustificazione delle manovre militari.
Un ulteriore tema trattato dall’autore riguarda il rapporto tra Iran e Hamas, evidenziando come l’alleanza tra uno Stato sciita e un movimento sunnita non sia il frutto di un avvicinamento teologico, bensì di una convergenza strategica contro Israele e gli Stati Uniti. L’Iran, fulcro dell’ “Asse della Resistenza”, sostiene Hamas attraverso finanziamenti e supporto diplomatico, collocandosi tra i pochi attori regionali ad appoggiare con continuità la causa palestinese.
Il testo evidenzia anche la centralità della cultura del martirio nella politica iraniana, un elemento cardine della religiosità sciita che trova risonanza nelle reti dei movimenti resistenziali. La figura dello “shahid” diviene così un paradigma simbolico condiviso, capace di rafforzare l’identità della lotta contro Israele.
Ampio spazio è dedicato all’“hasbara”, il sofisticato apparato comunicativo israeliano che orienta la percezione pubblica internazionale presentando Israele come vittima di una minaccia islamica radicale. Attraverso la diffusione di contenuti selettivi, l’hasbara contribuisce a consolidare una narrativa che marginalizza la questione palestinese e normalizza le operazioni militari come forme di autodifesa. In questa cornice, denuncia Maddaloni, la sistematica distruzione di Gaza, le migliaia di vittime civili e le violazioni del diritto internazionale vengono oscurate, minimizzate o presentate come conseguenze inevitabili della lotta al terrorismo.
Uno dei punti più rilevanti della critica riguarda il ruolo degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, che non solo mantengono un solido sostegno militare a Israele, ma spesso adottano la sua stessa narrativa, ignorando le accuse di crimini di guerra e la gravissima crisi umanitaria che colpisce la popolazione palestinese. Nei media occidentali, la resistenza palestinese è frequentemente ridotta a terrorismo, mentre la violenza israeliana viene presentata come risposta legittima, contribuendo a distorcere il dibattito pubblico internazionale.
In questo primo capitolo, il volume affronta poi uno dei nodi più controversi del dibattito contemporaneo: l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Alla luce dell’eccezionale capacità d’intelligence del Mossad, diversi osservatori dubitano che Israele fosse ignaro dei preparativi. Maddaloni, richiamando queste analisi, ipotizza che Netanyahu potesse aver lasciato correre l’offensiva per ottenere un mandato politico e militare più ampio, consolidare il sostegno occidentale e spingere verso un’operazione di vasta portata su Gaza, continuando la strategia degli insediamenti illegali già condannata dalla risoluzione ONU 2334.
Inoltre, il libro ricostruisce la lunga e complessa relazione tra Iran e Israele, ricordando che i due paesi furono partner fino alla Rivoluzione Islamica del 1979, quando l’ayatollah Khomeini trasformò Israele in nemico ideologico e sostenne la nascita di Hezbollah, dopo l’invasione israeliana del Libano nel 1982. Da allora il conflitto si è sviluppato attraverso guerre per procura in Libano, Siria, Iraq e Gaza.
La seconda parte del volume amplia lo sguardo sulla storia attuale dell’Iran e sul suo ruolo nella geopolitica globale, smontando una serie di narrazioni consolidate nell’immaginario occidentale.
Uno dei nuclei centrali è la presunta “atomica degli Ayatollah”, un tema che Maddaloni affronta con rigore storico e documentale. Lungi dall’essere un progetto reale, la minaccia nucleare iraniana viene qui ricostruita come una costruzione eminentemente politica: ignorando la fatwa di Khamenei contro le armi di distruzione di massa e la legislazione interna che ne vieta la produzione, la retorica occidentale continua a dipingere Teheran come un attore irrazionale e destabilizzante. Il paradosso è acuito dal silenzio sull’arsenale nucleare israeliano, non dichiarato e sottratto a qualsiasi regime di controllo, simbolo dei doppi standard che caratterizzano la politica americana in Medio Oriente.
Particolarmente stimolante la sezione dedicata al periodo della Guerra Fredda e ai rapporti con Stati Uniti e URSS: dalle missioni militari americane nel secondo dopoguerra alla creazione della SAVAK, fino alle incertezze dell’Europa nella definizione dei propri rapporti con l’Islam. L’autore evidenzia come il rapporto tra Occidente e Iran sia stato plasmato da incomprensioni culturali profonde, rappresentazioni distorte e un uso politico della religione che ha alimentato sospetti reciproci.
A ciò si aggiunge una riflessione critica sulla crisi degli ostaggi del 1979, momento chiave per l’immaginario statunitense, e sulla costruzione dell’“Asse del male” nel discorso politico americano. Attraverso un’analisi che tocca neoconservatorismo, guerra preventiva e retorica della “democrazia da esportare”, Maddaloni mostra come Washington abbia costantemente utilizzato l’Iran come nemico utile per legittimare interventi militari, sanzioni e alleanze strategiche.
Il capitolo si chiude con un’analisi della geopolitica contemporanea, in cui l’Iran è descritto come attore complesso, al crocevia di dimensioni politiche, religiose ed energetiche. La Repubblica islamica appare non solo come una potenza regionale con un vasto network di alleati e milizie, ma anche come uno Stato che utilizza la tecnologia nucleare e il controllo dello Stretto di Hormuz come strumenti di deterrenza, autonomia strategica e sopravvivenza.
L’ultima parte dell’opera approfondisce in modo denso e articolato la specificità dell’Iran come attore politico, culturale e religioso unico nel panorama internazionale contemporaneo.
In queste pagine, Maddaloni mostra come l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele del giugno 2025 abbia rivelato una caratteristica essenziale della società iraniana: la capacità di ricompattarsi in un’identità nazionale radicata, resiliente e storicamente plasmata dalla Rivoluzione del 1979.
La Repubblica Islamica, viene ricordato, rappresenta l’unica rivoluzione del Novecento ancora in vita, e la sua permanenza si spiega solo considerando l’intreccio profondo fra religione, cultura e potere politico. L’unità dimostrata dalla popolazione iraniana non è un fenomeno contingente, ma un tratto strutturale che affonda le radici nella memoria dei martiri, nella centralità del clero e nella tradizione sciita.
La sezione dedicata alla dimensione religiosa del conflitto israeliano mette in luce il ruolo decisivo della Bibbia nella costruzione ideologica del nazionalismo sionista, attraverso la rilettura militante del Libro di Giosuè e dell’episodio degli Amaleciti. L’autore delinea un quadro inquietante in cui la sacra scrittura, da Ben Gurion a Netanyahu, viene trasformata in una grammatica di conquista, un dispositivo teologico-politico che legittima la violenza contro i palestinesi presentandola come un imperativo divino. Questa lettura teologica del conflitto contemporaneo svela una dimensione spesso ignorata dal dibattito occidentale e costituisce uno dei contributi più incisivi del libro.
La parte geopolitica dedicata all’Iran si concentra poi sul suo ruolo di snodo strategico fra Occidente e Asia. L’autore ricostruisce la ricchezza culturale dell’Islam persiano, la sua eredità intellettuale e letteraria, l’articolazione delle sue identità interne e la forza simbolica che la rivoluzione khomeinista ha esercitato nel mondo musulmano.
Dalla teoria del velayat-e faqih al confronto tra riformisti e conservatori, emerge l’immagine di un Paese in cui religione e politica non sono semplicemente intrecciate, ma costituiscono un unico sistema di significazioni che plasmano la società e le istituzioni. Il dibattito fra sovranità popolare e autorità religiosa rimane aperto e irrisolto, ma non è interpretabile attraverso categorie puramente occidentali: l’Iran appare come una società sospesa tra modernità e tradizione, attraversata da tensioni reali e da un costante tentativo di ridefinire il proprio posto nel mondo.
Inoltre, notevole attenzione è rivolta anche al tema dello sciismo globale e alla sua diffusione storica dall’Asia Centrale al Caucaso, dai Balcani al subcontinente indiano.
La ricostruzione storica e culturale dell’autore illumina la profondità dell’influenza persiana attraverso secoli di scambi, dominazioni e migrazioni. La vicenda del martirio di Hussein a Kerbala, narrata con precisa attenzione filologica, viene proposta come chiave interpretativa della cultura politica sciita: un paradigma di resistenza, giustizia e sacrificio che continua a modellare la visione della leadership iraniana contemporanea.
Uno dei passaggi più attuali e critici è quello dedicato alla cosiddetta “palestinizzazione” del mondo, concetto elaborato a partire dalle analisi di Jeff Halper. L’autore individua in Gaza un laboratorio globale di tecnologie militari, sorveglianza e controllo sociale, replicate poi su scala internazionale attraverso la cooperazione tra Stati e corporate tecnologiche occidentali. La censura algoritmica operata da grandi piattaforme e la manipolazione dell’informazione diventano così parte integrante di un sistema che produce popolazioni monitorate, polarizzate e sempre più vulnerabili alla disinformazione: in questo senso, tutti possiamo diventare “palestinizzati”. È una riflessione potente, che sposta il discorso dal Medio Oriente al futuro delle democrazie contemporanee.
Nel complesso, il terzo capitolo offre un affresco ricco e stratificato della realtà iraniana e del suo ruolo nella crisi internazionale, intrecciando storia, teologia, geopolitica e critica del potere mediatico. Il risultato è un’analisi coraggiosa e controcorrente, che invita il lettore a ripensare categorie consolidate e a confrontarsi con un Medio Oriente complesso, lontano dalle semplificazioni offerte dal discorso mainstream.
Maddaloni riesce così a restituire l’Iran non come una minaccia monolitica o come una teocrazia immobile, ma come una civiltà viva, contraddittoria, attraversata da profondi fermenti culturali e capace di plasmare gli equilibri globali del XXI secolo.
La storia millenaria dell’Iran e la sua posizione strategica si intrecciano con le sfide contemporanee del potere globale, rendendo il Paese un attore determinante per gli equilibri economici, energetici e politici mondiali.
L’opera di Maddaloni evidenzia l’urgenza di rivedere le categorie analitiche tradizionali e di adottare un approccio realmente multidisciplinare: solo studiando le interazioni tra dimensione locale, regionale e globale è possibile comprendere le scelte strategiche degli attori e individuare condizioni favorevoli a negoziazioni e stabilità duratura.
Giordana Bonacci
. Laurea Magistrale in “Investigazione, criminalità e sicurezza internazionale”, Università degli Studi Internazionali di Roma. Laurea Triennale in “Scienze per l’Investigazione e la Sicurezza”, Università degli Studi di Perugia. Analista presso Vision & Global Trends International Institute for Global Analyses, nell’ambito del progetto Società Italiana di Geopolitica.

