Clima, l'eterna primavera di speranza

La COP27 di Sharm el-Sheikh – la ventisettesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – si è conclusa all’alba del 20 novembre, quasi due giorni dopo il termine previsto. Per arrivare all’approvazione del piano di attuazione ci sono volute due notti di trattative ulteriori, con in mezzo un momento in cui tutto sembrava perso: Frans Timmermans, a nome della Commissione europea, si diceva pronto a lasciare il tavolo, “meglio nessun accordo che un cattivo accordo”.

climate2Poi l’accordo è arrivato, né buono né cattivo: molte delle sintesi riportate da chi era presente e da chi ne ha analizzato i 66 punti – una ben fatta è quella di Italian Climate Network – concordano su quali siano gli aspetti positivi e quelli negativi. Il grande successo del testo finale è l’istituzione del fondo compensativo “loss and damage” che prevede un risarcimento per le perdite e i danni subiti dai paesi più vulnerabili per gli effetti di una crisi climatica che non hanno contribuito a causare.

Il risarcimento dovrà arrivare dai paesi che sono i principali emettitori storici – quindi tenendo conto non solo delle emissioni attuali ma anche di quanto abbiano contribuito in passato –, ma per capire chi dovrà contribuire, chi potrà beneficiarne e in che misura, bisognerà aspettare: non è stato deciso nulla in concreto ma si rimanda a una commissione che avrà il compito di districare i nodi che ora sono stati ignorati.

La Cina da che parte dovrà stare? Non ha la responsabilità storica degli Stati Uniti, e alla COP27 si è presentata come capofila del fronte dei paesi “vulnerabili”, ma per quanto tempo potrà ancora essere considerata un’economia in via di sviluppo? Al tempo stesso, quello che viene chiamato il fronte dei G77 (in contrapposizione con i paesi del G20), quanta forza negoziale riuscirebbe a mantenere se la Cina si sfilasse?

La divisione attuale ricalca quella stabilita in un altro mondo, quello del 1992, del Summit della Terra di Rio de Janeiro: sono passati trent’anni esatti, mi pare già meraviglioso che lo strumento delle Conferenze delle Parti, le COP appunto, istituito proprio a Rio sia ancora in piedi e funzionante. Con la sua lentezza inevitabile, gli enormi interessi che cercano di rallentarne ulteriormente il cammino (la presenza dei colossi dei combustibili fossili è inquietante e mai come in Egitto è stata così massiccia: 626 delegati, più del totale dei delegati dei 193 paesi presenti), le difficoltà del mettere a un solo tavolo tutto il mondo, l’inevitabile accordo al ribasso che attende ogni decisione perché possa esser condivisa, le questioni spinose rimandate di anno in anno.

E infatti anche questa COP ha i suoi insuccessi, i cedimenti che sono stati barattati per poter ottenere l’accordo sul loss and damage: sul fronte della mitigazione si ribadisce l’intenzione di mantenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5° ma non vengono fissati i paletti che lo renderebbero possibile.

Una volta ancora, i combustibili fossili vengono nominati ancora troppo timidamente e non si parla di uscita da carbone ma solo di diminuzione, che è chiaramente un impegno ormai insufficiente e mina anche l’adeguatezza del fondo sulle perdite e i danni: nessun fondo potrà ripagare i danni causati da un aumento delle temperature oltre i 2° e se non si stabilisce in modo inequivocabile l’uscita da carbone, petrolio e gas andremo dritti verso un aumento stimato, per ora, di 2,8°.

Una grande delusione arriva dalla cancellazione, nel testo finale dell’accordo, del capitolo dedicato ai diritti umani: fra le contraddizioni dell’Egitto come paese ospitante non c’è solo il fatto che la sua economia sia trainata dalle estrazioni, in aumento, di petrolio e gas (mentre si svolgevano i negoziati andavano avanti anche le premesse di accordi commerciali per l’esportazione del gas verso altri paesi, Italia compresa), ma anche il mancato rispetto dei diritti umani, lo svolgimento di una conferenza blindata in un territorio neutro nei pressi dell’aeroporto, senza possibilità per la società civile di protestare, partecipare, fare pressione sui delegati attraverso le manifestazioni che sono vietate, come ogni forma di dissenso politico. I pochi manifestanti (un migliaio, contro i centomila presenti lo scorso anno nelle strade di Glasgow) hanno potuto portare le ragioni della protesta solo all’interno dei padiglioni della COP, nel territorio garantito dalla presenza delle nazioni unite, al riparo dalla repressione della polizia egiziana (ma con il controllo costante delle istituzioni).

Durante i giorni del negoziato l’attivista Alaa Abdel Fattah, che sta scontando una condanna a cinque anni per diffusione di notizie false (un post facebook considerato contro il regime), ha deciso di intraprendere lo sciopero della sete, oltre allo sciopero della fame che già porta avanti da mesi, per richiamare l’attenzione dei leader mondiali presenti a Sharm. Sua sorella, Sanaa Seif, che a ottobre aveva sollecitato i movimenti per il clima sulla necessità di non separare le lotte per la giustizia climatica da quelle per i diritti umani, ha partecipato a un evento di Amnesty International e Human Rights Watch, presso il padiglione tedesco.

Era il secondo giorno di COP, i manifestanti presenti indossavano delle maglie bianche con su scritto #freeAlaa, e Sanaa Seif ha tenuto un discorso coraggioso, interrotta e minacciata da un parlamentare egiziano che è stato poi portato fuori dai caschi blu dell’Onu: “La speranza qui è un’azione necessaria. I nostri sogni più rosei probabilmente non si realizzeranno, ma se ci abbandoniamo ai nostri incubi, saremo uccisi dalla paura prima che arrivino le inondazioni”, ha detto.

Il momento degli incubi credo sia una fase inevitabile: per me è arrivato nel 2009. Era appena nato il mio primo figlio, e all’improvviso il futuro aveva un significato diverso. La preoccupazione per quello che si prospettava nei report IPCC includeva un essere umano che avrebbe vissuto quegli scenari, un essere umano che io avrei dovuto proteggere ma per il quale non potevo fare nulla. È stato anche l’anno di una delle COP più deludenti di sempre, quella di Copenaghen. Era dicembre, c’era un bimbetto di due mesi, e io mi svegliavo la notte con il terrore provocato dalle notizie di quanto sarebbe accaduto allo scioglimento del permafrost e all’arrivo della siccità.

Quel bimbo ora è un ragazzo di terza media e nel suo libro di geografia, al capitolo “clima”, si spendono solo quattro pagine sulla crisi climatica, di cui una sulle “opportunità” generate dallo scioglimento dei ghiacciai – nuove estrazioni e nuove rotte marittime –, fra errori grossolani, imprecisioni scientifiche ed espressioni timorose come l’incremento dei gas climalteranti dovuti “in parte” alle attività umane. Studenti che dovranno affrontare la peggiore crisi della storia umana, che ne subiranno le conseguenze più impattanti, si preparano a questo con quattro paginette scritte male.

Di motivi per essere terrorizzati ce ne sono ancora così tanti che basta solo mollare un attimo la presa per cadere nuovamente in quell’ansia senza respiro. Ma la speranza è un’azione necessaria, ha ragione Sanaa Seif, hanno ragione gli attivisti che se non avessero speranza non sarebbero in piazza, ha ragione chi tenta ostinatamente di informare, parlare, diffondere le notizie, spiegare, fare da tramite fra gli scienziati e le persone.

Negli anni successivi ho solo cercato di ricacciare quel terrore in fondo – dietro ai casini più immediati, la perdita del lavoro, di alcune persone care, delle cose da fare, da rincorrere – e insieme, però, di continuare a informarmi, di costruire una mappa che mi permettesse di non sentirmi così disorientata in mezzo alla tempesta. Nel frattempo le COP andavano avanti, fra momenti che riaccendevano l’entusiasmo – l’accordo di Parigi della COP21 del 2015 – e momenti di nuovo sconforto come Katowice del 2018, ospitata in Slesia, la regione polacca punteggiata di miniere di carbone, in balìa delle ingerenze di Usa, Kuwait, Russia e Arabia Saudita che lottano anche sulle parole da inserire o no nell’accordo, in modo da non ratificare le conclusioni del rapporto dell’IPCC che indicano in modo inequivocabile nelle attività umane, e nell’uso dei combustibili fossili in particolare, l’aumento delle temperature.

Ma a Katowice si affacciano anche i nuovi movimenti per il clima: c’è il discorso di Greta Thunberg, ci saranno proteste, che cresceranno e accompagneranno un’altra COP complicata – a oggi quella durata di più per poter raggiungere un accordo che una volta ancora scontenta tutti – quella del 2019, che avrebbe dovuto tenersi a Santiago del Cile ma che viene spostata, per le violente proteste che attraversano il paese, a Madrid.

A marzo 2019 torno in piazza anch’io per il primo climate strike organizzato qui ad Aprilia: più che una manifestazione sarà una sorta di festa, che verrà ripetuta a settembre, la mattina tutti insieme al corteo di Roma, il pomeriggio in piazza nella nostra città per contarci, riprendere spazio, condividere la preoccupazione e trasformarla in qualcos’altro. Era anche la prima volta che una protesta ambientalista aveva un carattere globale e non locale: i cortei, le occupazioni e le proteste precedenti erano state contro l’ennesima discarica prima e l’inceneritore poi; la privatizzazione dell’acqua a favore di una società che ci ha portati a essere fra le province con la maggiore dispersione lungo gli impianti; la “turbogas”, la centrale elettrica a gas che Sorgenia ha deciso di installare vicino al centro abitato, grazie al decreto “sblocca-centrali” del secondo governo Berlusconi. La condanna di un territorio dove non c’è niente di pregevole è che non ha alcun vincolo, alcun bene naturalistico o archeologico da preservare, che lo ripari dall’espandersi della bruttezza e della speculazione.

Poi arriva il Covid, nel mondo, a ricacciarci tutti in casa e a svuotare di nuovo le strade. Qui ad Aprilia c’è anche un’altra tragedia che spegne ogni slancio: Roberto Fiorentini, uno degli organizzatori più attivi delle manifestazioni e delle attività ambientaliste, si trasferisce per una ricerca a Washington, dove muore per un malore improvviso lasciando un vuoto che non è stato colmato da nessuno: anche dopo la fine del lockdown e la ripresa delle manifestazioni, ad Aprilia non è stato più organizzato nulla nelle giornate degli scioperi globali per il clima e il gruppo locale dei FFF si è disperso nei mesi successivi. Chi, da questa città, è tornato in piazza lo ha fatto al corteo di Roma: il primo post-covid è stato quello del 24 settembre 2021, che ha dato inizio a una serie di manifestazioni, un autunno caldo di preparazione alla COP26 di Glasgow.

Sono arrivata in treno, con un nuovo bimbo piccolo per cui aver paura ma anche per il quale preservare la speranza, che ha partecipato al corteo trotterellando intorno a un gruppo di attivisti vegan vestiti da enormi carote e broccoli. C’era il pericolo che i due anni di chiusura, e le promesse di ascolto non mantenute dalla politica, avessero disperso i movimenti o li avessero resi più violenti, e invece quello spirito di festa, di speranza e insieme di pretesa impellente di un’azione concreta era non solo intatto ma pronto a maturare.

Mi sono ritrovata a riconoscere su di me i passi che Ferdinando Cotugno racconta in Primavera ambientale: all’inizio c’è il panico, il momento in cui l’equilibrio si rompe, apri gli occhi nella notte e scopri di essere terrorizzato. In cui guardi una persona che tu hai messo al mondo e vivi l’orrore di averla messa in un mondo che rischia di rompersi per sempre, di essere invivibile, e non hai alcuna soluzione, non hai alcuna protezione da offrirgli. Questo è capitato a me e so che è capitato a molti, ma lo so adesso, in quelle notti di tredici anni fa non riuscivo a connettere la mia paura a quella di altri. Perché il secondo passo, dopo il terrore, è un senso di solitudine, di angoscia: ho ricacciato il terrore dietro alle altre incombenze più minute, perché non sapevo con chi condividerlo.

Quello che hanno fatto per me i Fridays For Future, Extinction Rebellion, gli altri attivisti e qui, in questo paesino dalle dimensioni di una città, Roberto Fiorentini è stato dimostrarmi quanto quella paura non fosse solitaria ma collettiva. La paura individuale è annientamento. La paura sperimentata politicamente è una delle più grandi forze politiche che esistano.

Quest’ultima COP, al di là dei limiti, ha portato un cambiamento storico negli equilibri mondiali: per la prima volta, i paesi “fragili” hanno avuto parola, hanno guidato i negoziati, almeno nell’unica parte in cui sono arrivati dei risultati; hanno ottenuto una vittoria – quanto concreta, oltre che simbolica, è ancora tutto da dimostrare –, si sono presentati come fronte compatto che mette insieme non solo le isole Marshall e il Pakistan, ma anche i popoli indigeni, gli attivisti, i MAPA, i contadini del sud del mondo che vedono le proprie terre scomparire, perché accaparrate dalle industrie del cibo o perché la siccità le ha ridotte a deserti sterili. Per la prima volta, una piccola delegazione della Via Campesina – la più grande rete contadina del mondo – ha parlato in via ufficiale a una conferenza sul clima portando le richieste dei contadini e delle soluzioni basate sui principi dell’agroecologia.

I temi dell’agricoltura e del cibo in generale rimangono ancora, incredibilmente, troppo a margine nei negoziati, eppure la sostenibilità alimentare è il nodo centrale in un mondo in crisi che ospita otto miliardi di persone – la cifra è stata raggiunta, quasi simbolicamente, proprio durante i giorni di Sharm. E se pur sempre coi limiti e con la solita lentezza, il fatto che ci sia un’altra voce a parlare di agricoltura, anche se ancora tenuta ai margini, che si contrappone a quella delle grandi industrie alimentari che spingono ancora per la visione che ci ha portati al collasso, apre a un’alternativa, a una strada diversa, che già è stata avallata dall’Onu nell’accogliere i temi della sovranità alimentare che proprio da Via Campesina prendono vita (un resoconto puntuale su quanto sia avvenuto lo ha fatto Francesco Panié su Valigia Blu).

L’arrivo di Lula, al suo primo impegno internazionale dopo le elezioni (anche se ancora informale, visto che Bolsonaro sarà presidente fino a fine anno), accolto dalle donne guerriere dell’Amazzonia, è stato un momento commovente: il suo discorso, la proposta di ospitare proprio nella foresta che è, come lui l’ha definita, il cuore del mondo la COP del 2025 – un anno importante, dopo dieci da Parigi, a metà del decennio che ci avrebbe dovuti veder dimezzare le emissioni ma che al momento ci ha solo portati a un rallentamento della crescita.

È commovente poter cullare una nuova speranza: che sia il suo Brasile, e il suo governo che per la prima volta prevede l’esistenza di un ministero dei popoli indigeni, a guidare un fronte che non si presenti più come quello “debole” che chiede aiuti, ma come quello in una posizione di forza – la forza di chi può guidare un cambiamento necessario che i paesi “forti” finora non hanno intrapreso sul serio, la forza di chi non ha causato un problema ma può essere parte della soluzione.

La crisi di quei paesi forti, di quelle democrazie occidentali che sembravano l’unico modo, il migliore, di vivere, apre prospettive sia terrorizzanti – quella crisi è accompagnata dal crescente successo della destra più nazionalista, estrema, paurosa – sia elettrizzanti: sarà il momento per ricostruire le sinistre, per renderle finalmente il luogo del cambiamento, che sa accogliere il cambiamento e che non si presenti più come tutela dello status quo?

Questa è la parte incredibile del percorso compiuto finora dalle COP: con l’inclusione della società civile, degli attivisti, con la convergenza delle lotte per i diritti civili e sociali a quelle per la giustizia climatica, la base democratica delle conferenze sul clima si allarga, per renderle davvero il tavolo attorno a cui è seduta l’umanità intera, di fronte alla sua sfida più complicata ma anche quella che apre più possibilità di pensare assieme un mondo più giusto.

L’esito delle COP, il loro successo o insuccesso, non è racchiuso solo nei documenti finali, è anche tutto quello che accade in quei giorni: il discorso di Sanaa Seif che salda definitivamente la lotta per la giustizia climatica con quella per i diritti umani; una Cop che diventa territorio neutro e protetto, in un paese in cui il dissenso è vietato, e che permette in quel territorio di alzare la voce a nome dei sessantamila prigionieri politici egiziani, e anche per Giulio Regeni e per Patrick Zaki. Nella Genova del 2001 il luogo delle decisioni dei “grandi” della terra era una zona rossa, e il tentativo dei manifestanti di arrivarci è costato quello che per tutta la mia generazione rimane uno dei ricordi più dolorosi; a Sharm la zona delle decisioni è la zona blu, il colore dei caschi Onu, una zona che accoglie i manifestanti e li protegge dal regime di al-Sisi. È un ribaltamento forse solo simbolico, ma potente.

La Cop26 di Glasgow non ha segnato grandi passi avanti negli accordi, ma i discorsi di Vanessa Nakate, attivista ugandese, di Mia Mottley, primo ministro di Barbados, di Simon Kofe, ministro di Tuvalu, che si è videoregistrato mentre legge il suo messaggio, in giacca, cravatta e l’acqua dell’oceano che sta sommergendo le sue isole che gli arriva alle ginocchia, hanno preparato le basi per l’accordo sul loss&damage raggiunto quest’anno. Se non ci fossero stati, forse, la voce dei paesi vulnerabili sarebbe stata meno forte.

La primavera ambientale di cui parla Cotugno, in un libro che è davvero una piccola mappa per mantenere la barra dritta, per non perdere l’orientamento in un momento in cui è necessario mantenere la speranza – è tutto quello che abbiamo, la speranza, è il peso che bilancia la paura, che la mantiene un fuoco vivo e non una disperazione immobilizzante –, è un ribaltamento di quella silenziosa di Rachel Carson, da cui comunque prende le mosse: quella della biologa statunitense è la prospettiva di una primavera in cui l’uso indiscriminato degli insetticidi in agricoltura fa sparire gli uccelli, rendendo l’aria muta. La primavera ambientale è una primavera rumorosa, in cui si alzano le voci di chi è stato ai margini, dei paesi vulnerabili e dei loro abitanti, di chi sta dicendo di invertire la rotta.

C’è un racconto di Stephen King, Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, nella raccolta Stagioni diverse è, fra le stagioni, il racconto dell’eterna primavera della speranza: Andy Dufresne sta scontando l’ergastolo per l’omicidio della moglie, crimine che non ha commesso. In prigione riesce a ottenere un poster di Rita Hayworth e un martelletto da minerali, grazie a Red, che vende in carcere oggetti di contrabbando. Dopo ventotto anni di paziente lavoro con il suo piccolo martelletto, Andy scava un tunnel, nella parete nascosta dal poster, ed evade.

So che non bisognerebbe abusare di metafore e similitudini stiracchiate per un discorso serio come quello climatico (ne ha già viste troppe, qualcuna riuscita, la maggior parte no) ma questo è ciò che abbiamo: un martelletto pensato per altro, per ripulire piccole rocce di minerali, e con questo dobbiamo scavare una via d’uscita. Il mezzo è inadeguato, l’impresa è eccezionale, la pazienza richiesta è enorme: sono passati trent’anni dal summit di Rio che ci ha fornito il martelletto: l’istituzione delle conferenze annuali Onu sul cambiamento climatico, l’impegno da parte dei paesi della terra a trovare una strada comune per uscire dalla crisi. Andy Dufresne è riuscito a evadere in ventotto, siamo in ritardo di due anni, ma in anticipo di otto dal primo step fissato dall’IPCC, il taglio delle emissioni entro il 2030, e di ventotto sulla soglia temporale per il loro azzeramento.

Rispetto al ’92 i passi avanti ci sono: crisi climatica e riscaldamento globale sono entrati nella realtà non solo per gli eventi estremi che diventano sempre più numerosi, ma anche grazie a un’attenzione che prima non c’era; la necessità di contenere l’aumento delle temperature ben al di sotto dei due gradi sembra un impegno a cui, almeno apertamente, nessun paese vuole venire meno; il fondo loss&damage significa non solo ripagare un’ingiustizia – che i più esposti alle conseguenze della crisi climatica sono i paesi che meno hanno contribuito a provocarla –, ma significa anche che i principali emettitori avranno un motivo in più per agire nella mitigazione dei danni. Il Covid prima e ora la crisi energetica dovuta alla guerra in Ucraina sono la coperta troppo corta con cui chi fa pressione per sfruttare i combustibili fossili fino all’ultima fiammata sta tentando di coprire l’inevitabile: dobbiamo smettere di alimentare l’enorme fuoco con cui mandiamo avanti ogni attività economica. Non si torna indietro da questa consapevolezza.

Il report 2022 dell’UNEP , il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, si intitola The closing wondow: la finestra che ci permette ancora di evitare il disastro si sta chiudendo. Tuttavia, è ancora aperta. E se lo è, è anche merito degli accordi di Parigi e delle misure messe in atto finora: inadeguate, lentissime, non sufficienti, ma senza queste viaggeremmo spediti contro un aumento di 3° entro fine secolo. Senza queste, lo spiraglio che si vede nella copertina del report probabilmente sarebbe già scomparso. Ma la primavera della speranza non può durare in eterno: ogni report della comunità scientifica segna un nuovo tempo limite entro cui agire, e quel limite si avvicina sempre di più, quello spiraglio da cui entra la luce è sempre più stretto.

Primavera ambientale parte dalle radici dell’attivismo ecologista per raccontare i modi in cui, in questi ultimi anni, i movimenti per il clima si stiano trasformando, rendendosi il connettore di altre lotte, mostrando come la giustizia climatica sia la piattaforma per ogni altra giustizia.

Il libro è diviso in sei parti, che procedono dal generale – il livello più ampio di tutti: la terra stessa, la casa che condividiamo, l’atmosfera, il clima che in questo lungo periodo di stabilità ha garantito la sopravvivenza di ogni forma di vita, non solo quella umana –, al piano individuale che però non è un io ma un noi.

Per arrivarci si passa per la definizione di umani, per la necessità di costituire una società civile planetaria, e per l’inevitabile ragionamento anche su ciò che umano non è ma che ha pieno diritto di considerazione, di insegnamento, in questa battaglia. E non solo: è anche ciò per cui vale la pena non perdere la speranza. La bellezza, la meraviglia, lo stupore di fronte al mondo: non dobbiamo dimenticarci il diritto all’ingenuità, a un rapporto con la bellezza delle cose, rivendicare di poter vivere e lottare anche a quel livello, e farlo come atto politico. Ricomporre la frattura fra umano e non umano è una soluzione basata sulla natura: la sua materia è speranza, stupore, amore.

La giustizia, poi, è l’obiettivo della lotta, una giustizia, come dicevo prima, che le riconnette tutte: quella climatica. Tutto è clima e combattere per proteggerlo vuol dire combattere per ogni aspetto dell’esperienza umana sulla Terra.

L’arma è il conflitto, un conflitto inedito, perché inizia con l’ascolto, con l’accoglienza, con l’empatia. L’ambientalismo si trova oggi a un bivio, quello davanti a cui si sono trovati forse tutti i movimenti a un certo punto: quanto alzare l’asticella dello scontro? E quanto può farlo un movimento che deve portare avanti una lotta che vuole cambiare il mondo intero, se il mondo non sa ascoltarlo, accoglierlo, comprenderlo ma che al tempo stesso ha tutta l’urgenza di quella finestra che si sta chiudendo? La primavera ambientale è una ribellione radicale, calma, ragionevole, in grado di allargarsi e connettere mondi diversi.

È di fronte a queste domande che si apre il capitolo dedicato alla politica: il livello dello scontro potrà rimanere basso solo se la politica riuscirà a dare risposte concrete, e oltre alle volontà (mancano anche queste, al momento) serviranno anche nuovi mezzi, metodi e meccanismi in grado di dare risposte. Serviranno nuovi sguardi, forse nuove istituzioni: le Cop sono quanto di meglio esiste al momento, ma anno dopo anno si dimostrano insufficienti, si devono scontrare con i vari governi che sono portatori di interessi nazionali in un contesto dove dovrebbero contare solo gli interessi mondiali.

Il libro si chiude su di noi: noi, singoli, non tanto sulle nostre responsabilità individuali, quanto su cosa sta accadendo alle nostre vite, ora, in questo contesto. Su come siamo chiamati a rispondere, ora o mai più, e quali risposte abbiamo intenzione di dare. Su quali cambiamenti ci sono richiesti da una realtà che sta irrompendo sempre più chiaramente nella vita di ciascuno: il mondo rischia, seriamente, di crollare. Il sottotitolo del libro è L’ultima rivoluzione per salvare la vita umana sulla Terra. Sembra una frase epica, a effetto, è invece la chiamata che arriva dall’altro mondo, quello che abbiamo ignorato finora ma che si sta insinuando nella realtà, un’alluvione alla volta, un incendio alla volta, un fiume in secca alla volta, un ghiacciaio che crolla, o scompare, alla volta.

Ho attraversato le prime due fasi di quella che nel libro viene definita la “morfologia dell’attivismo”: il risveglio, la frattura, col suo terrore, e poi lo spaesamento e la solitudine; ora sono nel mezzo della terza e non so ancora bene come navigarla, ma ho scoperto che le mie debolezze, le cose per cui finora ho provato imbarazzo – una certa indomabile ingenuità, il saper preservare la meraviglia e lo stupore, una timidezza che predispone all’ascolto, un’insicurezza cronica che però diventa anche saper abbandonare le certezze con più leggerezza – possono essere utili in questi tempi. Che in questa lotta sono buoni tanto quanto il coraggio che mi manca, l’autorevolezza, l’abilità a comunicare efficacemente, la fermezza nell’imporsi.

Ferdinando Cotugno sta partecipando a questa primavera ambientale dedicandosi a raccontare la crisi, ma soprattutto cercando di alimentare la speranza: è un compito difficile, gli sono molto grata per questo, nei giorni centrali della Cop27 nei racconti che faceva quotidianamente per Areale, la newsletter di Domani che cura, si sentiva tutto il peso di chi sta cercando di reggere il colpo, di trovare qualcosa di buono in una situazione complicata e tesa.

Nel libro c’è la voglia di includere tutti, perché c’è bisogno delle forze di tutti ma anche perché tutti possono trovare un motivo per prendere parte a questa enorme azione collettiva di salvezza, invece di cedere allo sfinimento e alla disperazione. Si può trasformare la paura, forse mai così giustificata, da esperienza solitaria e paralizzante a esperienza condivisa, e nessuno non è abbastanza per partecipare. Vado bene anch’io, nonostante tutti i miei limiti. Vai bene anche tu. Questa è una primavera inclusiva, che ha bisogno delle forze di tutti. Se sono poche, vanno bene quelle poche che hai.

Fonte: minima&moralia


Bernardini barbaraBarbara Bernardini, biologa,  ha lavorato come ricercatrice presso l'Università di Harvard prima di passare alla carriera nella comunicazione della scienza. 23 anni di esperienza nella stampa e nella TV, lavorando con le migliori aziende ed emittenti, come produttore, regista e project manager. Dal 2006 autore e regista della trasmissione scientifica Superquark, RAI.

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