La sindrome anti-Germania

La Germania è la croce della moderna storia europea: un mistero, un enigma, una sfinge politica. E l’Europa è preda di una preoccupante sindrome antitedesca.

porta brandeburgo

 

Un diffuso timore agita l’opinione pubblica tra la costa atlantica del Portogallo e l’Oder-Neisse: che la Germania provi a trasformare una storica ossessione per il rigore finanziario e la stabilità monetaria in costituzione materiale dell’area dell’euro per imporre agli altri popoli la sua visione di economia e di società.

 

La Germania, sempre secondo i suoi critici,  avrebbe tenuto a battesimo una moneta unica a sua immagine e somiglianza: ‘a misura dell’interesse nazionale tedesco’ al fine di assicurarsi un cospicuo vantaggio finanziario e uno strumento di ricatto politico. C’è poi chi, invece, sostiene una tesi opposta. In questione non è più l’euro giudicato uno strumento della ‘volontà di potenza’` della Germania ma l’intenzione coltivata in segreto da questo paese “intimamente antieuropeista” di abbandonare la moneta comune per poter finalmente tornare al marco, moneta amatissima e rimpianta. 

 

Questo atteggiamento contraddittorio conferma che gli europei non sanno decidersi se aver paura del dominio tedesco o temere di essere abbandonati dalla Germania. Puntualmente poi quando una crisi vera scuote gli equilibri europei, storici e politologi annunciano in modo allarmistico il pericolo del ritorno della deutsche Frage, della ‘questione tedesca’: una  Germania di nuovo ‘potenza del centro’ come ai tempi di Bismarck. Un “impero inquieto”, secondo la classica definizione della Germania guglielmina proposta da Michael Stürmer, in marcia sulla sua ‘via speciale’ verso il dominio del Continente che proietta un’ombra sinistra sul futuro dell’Europa. Secondo una convinzione molto diffusa la Germania non amerebbe l’Europa perché è a Oriente che guardano il suo spirito e la sua economia: a Mosca più che a Parigi. (Salvo poi criticare , come è accaduto proprio nelle ultime settimane, la durezza giudicata eccessiva e “troppo tedesca” delle sanzioni contro l’espansionismo ‘euroasiatico’ di Putin).

 

La Germania si starebbe confermando ‘solo’ una potenza capace di dominio grazie alla forza della sua demografia e della sua economia, ma “incapace di costruire un’egemonia” (Galli della Loggia). Di parere opposto Jürgen Habermas secondo il quale proprio la posizione di ‘semi-egemonia’ tedesca sarebbe all’origine dell’odierna crisi del processo di costruzione europeo. Eppure è proprio questa stessa criticatissima Germania che solo fino a qualche settimana or sono era non solo secondo giovani artisti o creatori di start up ma anche secondo importanti analisti il paese più cool d’Europa. Persino gli inglesi che notoriamente non sono teneri nei confronti dei krauts la pensano così. La prova? La decisione del British Museum di dedicare alla ‘nuova Germania’ una mostra che é già storia. E  un’inchiesta della BBC condotta in ben 25 paesi secondo la quale la Germania sarebbe da preferire per vivere e lavorare rispetto al Canada, alla Francia e alla stessa Inghilterra. In Israele ci si interroga fra mille (comprensibili) dubbi e polemiche come mai tanti giovani abbiano deciso di ‘immigrare in Germania’ , il paese della Shoà e di Auschwitz da cui erano fuggiti i più fortunati dei loro nonni, e hanno fatto di Berlino una sorta di  “Tel Aviv sulla Sprea’.

 

Insomma tutto un parlare del Modell Deutschland: di una Germania modello di Stato sociale, di prosperità economica e di stabilità politica. I punti di forza? L’economia sociale di mercato e la Sozialpartnerschaft (il partenariato sociale e il potere di co-decisione del sindacato in azienda), il  federalismo solidale, la divisione dei poteri rigidamente osservata e gelosamente difesa. Un parlamento formato da responsabili partiti di massa e una Corte costituzionale unanimemente rispettata, garanzia della difesa del diritto dalla prevaricazione del potere politico: vero e proprio ‘giudice a Berlino’ al quale anche il singolo cittadino può individualmente far ricorso. La Germania ha oggi (come del resto già nell’Ottocento) in Europa il maggior numero di teatri ma anche il miglior sistema educativo del Vecchio Continente, per equità ed efficienza: un sistema che funziona da ‘ascensore sociale’, per usare una formulazione di Romano Prodi. Una vivacissima vita culturale e alcune tra le migliori università europee.

 

Non è certo il ‘migliore dei mondi possibili’ ma rispetto alle altre nazioni europee è sicuramente la meno peggio. Un paese estremamente tollerante e aperto che  può vantare la riuscita integrazione di immigrati provenienti da decine di paesi del mondo: sono proprio loro, soprattutto quelli turchi e italiani, che ne hanno letteralmente trasformato il profilo culturale e la vita quotidiana. La nazione che si era pervicacemente arroccata (con esiti catastrofici) sull’idea etnocentrica della cittadinanza (jus sanguinis ) è oggi un paese in cui, come in tutte le democrazie occidentali, si é cittadini per nascita (ius soli). Com’è possibile che i giovani dei paesi del Sud d’Europa e gli immigrati provenienti dal Sud del Mediterraneo sognino la Germania mentre questo stesso paese è oggetto di una violentissima polemica e messo sotto accusa dai media di mezza Europa?

 

La prima spiegazione suona davvero paradossale: gli europei non conoscono affatto o solo in modo molto superficiale la Germania. La ragione? La grande difficoltà della lingua tedesca. Di qui il massiccio impegno anche finanziario, si pensi alla rete degli istituti Goethe, della Germania per la diffusione della sua lingua. Il risultato è che gli altri conoscono i tedeschi solo di seconda mano, per lo più attraverso quello che su questi viene raccontato da un sistema di media dominato dall’inglese. Il mondo, ha commentato il Financial Times, vede la Germania e i tedeschi ‘come vuole’ , non come sono. Non sa quello che veramente i tedeschi oggi pensano, dicono, discutono. C’è, dunque, nel cuore d’Europa una sorta di ‘buco nero’ comunicativo che è all’origine di un sistematico fraintendimento che ha provocato e provoca continui malintesi ed equivoci. Non solo semantici e culturali ma anche politici. Un esempio? Tutti parlano dell’austerità tedesca: ma nella lingua tedesca questa parola non esiste. Il termine è stato, per così dire, importato  dal mondo anglosassone sulla scia delle polemiche rivolte alla ‘teologia economica’ conservatrice, o come tale giudicata, della Germania. 

 

Nessun politico tedesco ( salvo forse qualcuno della Linke) parla di austerità e quando questo termine ricorre nei media é sempre tra virgolette o relativizzato dall’aggettivo ‘cosiddetta’. Il termine tedesco di Sparsamkeit (parsimoniosità) non è polemicamente connotato come lo è invece quello di austerity e ha semmai un significato analogo a quello che il termine austerità aveva una volta in italiano, ad esempio quando venne usato da Enrico Berlinguer

 

Chissà quanti sono oggi consapevoli che l’antikeyenesimo di Schäuble ferocemente irriso da Paul Krugman ha il suo riferimento teorico in quella scuola ‘ordo-liberale’ che è stata, lo ha con grande finezza messo in luce Michel Foucault, al pari della Scuola di Francoforte uno dei momenti più rilevanti della riflessione tedesca sulle cause della catastrofe degli anni ’30? Si dice che i tedeschi siano incapaci di ‘fare politica’ limitandosi ad una puntigliosa insistenza sul rispetto delle regole e dei principi del diritto. E’ vero: a Berlino sono oggi programmaticamente anti-schmittiani perché sanno a quali terribili esiti abbia portato il cosiddetto primato della politica sul diritto.

 

Nessuno, infatti, ha dimenticato in Germania l’infame articolo scritto nel 1934 da Carl Schmitt dopo la ‘notte dei lunghi coltelli’ intitolato: “Il Führer difende il diritto”. E poi: se non il diritto e il rispetto degli accordi che cosa dovrebbe tenere in piedi e far funzionare dei trattati internazionali? Insomma è oggi legittimo sostenere che esiste una ‘questione tedesca’: ma questo in un senso  completamente differente da quello che storicamente questa espressione ha significato. Intanto per il semplice motivo che la storia non ritorna mai davvero sui suoi passi. 

 

E quello che polemicamente viene presentato come "l'eterno ritorno dell’identico" (il volto della Merkel con i baffi alla Hitler) in realtà è solo un escamotage per evitare, come avrebbe detto Hegel, la ‘fatica del concetto’, cioè fare i conti con la realtà. Ma la vera ragione è un’altra. C’è, infatti, una sfasatura nel discorso europeista che rischia di rivelarsi fatale: ha osservato Gustav Seibt sulla Süddeutsche Zeitung che “in Germania si parla d’Europa. Negli altri paesi si discute di Germania”. Questo è oggi il problema.

 

La Germania è consapevole che il rivolgimento provocato dalla caduta del Muro di Berlino ha una portata storico-universale perché ha radicalmente cambiato le sorti del mondo: le regole dell’economia e gli equilibri geo-politici. Lo stesso concetto di Occidente per com’era inteso ai tempi dell’età della Guerra Fredda oggi non funziona più. L’Europa se vuole ( forse) sperare di avere ancora un ruolo nel mondo deve unificarsi. Nessun paese europeo, neppure la ‘grande Germania’, può pensare di farcela da solo. Troppo grande, come sottolinea Eugenio Scalfari, la asimmetria di potenza rispetto agli Stati-continenti che agiscono sull’odierno mondo globale. Ma occorre anche che gli europei prendano atto che non esiste un’Europa senza e contro la Germania: davvero pensiamo possibili  velleitarie alleanze mediterranee in funzione antitedesca? O addirittura possibile contrapporre ‘il pensiero meridiano allo spirito protestante del capitalismo’ che l’europeismo ha, invece, sognato di far dialogare?  

 

La Germania, almeno la maggior parte della sua classe dirigente (qua e la c’è  qualche neo-guglielmino) sa benissimo di non aver un futuro senza e contro l’Europa. Per questo non ha più senso continuare a contrapporre, come comprensibilmente fece Thomas Mann nell’immediato secondo dopoguerra, una Europa germanica a una Germania europea. Anzi: se osserviamo con attenzione quanto oggi succede in quasi tutti i paesi europei (Francia e Italia per primi) dovremmo con qualche inquietudine temere che in futuro potremmo assistere a un paradossale rovesciamento dei ruoli: ad un’Europa con al suo centro una Germania europeista e proprio per questo circondata da un sentimento di ostilità e diffidenza degli altri paesi.

Angelo Bolaffi

Angelo Bolaffi filosofo della politica e germanista che dal 2007 al 2011 è stato direttore dell’Istituto di cultura italiana di Berlino.


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