Stati Uniti e America Latina: l'appetito vien mangiando
Volentieri pubblichiamo questo saggio nel quale l'autore Tiberio Graziani colloca il colpo di Stato venezuelano nel più ampio percorso storico e geopolitico dell'egemonia statunitense in America Latina.
Tentare un'analisi strutturata sulla base di un singolo episodio è sempre problematico, soprattutto quando si svolge in un contesto internazionale già fortemente polarizzato. Tuttavia, per evitare la proliferazione di interpretazioni superficiali e letture contingenti, eventi come quelli riguardanti l'operazione militare statunitense in Venezuela e il rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie devono essere collocati in un quadro storico e geopolitico più ampio.
Soltanto in tale contesto è possibile coglierne il significato più profondo, in relazione alla storia delle relazioni tra Stati Uniti e America Latina nel suo complesso. Questo articolo ricostruisce, in modo sintetico, le radici storiche dell'egemonia statunitense nella regione, ne esamina l'evoluzione e interpreta il colpo di stato venezuelano come parte di una più ampia strategia americana volta a riaffermare la propria influenza in un contesto di percepito declino nazionale.
Da una prospettiva geopolitica, la proiezione statunitense in America centrale e meridionale affonda le sue radici nella nota Dottrina Monroe, racchiusa nel principio “America per gli americani”. Fin dalle sue origini, questo approccio ha legittimato una presenza sempre più invasiva degli Stati Uniti nello spazio continentale, assumendo gradualmente caratteri spiccatamente egemonici nel corso del XIX secolo, culminando nella guerra ispano-americana, che ha sancito l’ingresso degli Stati Uniti nel club delle potenze imperiali, in linea con la propria vocazione coloniale espansionistica.
Nel corso del XX secolo, il controllo dell'intero emisfero occidentale divenne un obiettivo costante delle pratiche geopolitiche, geostrategiche ed economiche degli Stati Uniti, volte ad assumere un ruolo globale. In questo quadro, la Mesoamerica e il subcontinente latinoamericano furono ritratti nella retorica nordamericana come una sorta di cortile di casa, uno spazio da monitorare e almeno indirettamente governare, al fine di impedire l'emergere di attori autonomi o ostili.
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l'azione egemonica degli Stati Uniti in America Centrale e Meridionale assunse molteplici forme, adattandosi alle diverse congiunture storiche. Attraverso iniziative coordinate della Casa Bianca, del Pentagono e delle agenzie di intelligence, questa azione fu costantemente volta a precludere o limitare qualsiasi tentativo di autonomia politica, economica o strategica dai paesi latinoamericani. Da questa prospettiva, la storia delle relazioni tra Stati Uniti e America Latina può essere letta come un confronto di lunga data tra l'ingerenza di Washington – spesso motivata dagli interessi delle principali multinazionali nordamericane – e i tentativi, più o meno riusciti, di alcuni governi della regione di affermare la propria sovranità decisionale.
I casi emblematici di leader come Perón, Castro, Chávez, Morales o Lula, nonostante le loro profonde differenze, illustrano chiaramente questa dinamica di fondo. Allo stesso modo, il sostegno diretto o indiretto a colpi di stato, regimi autoritari e dittature "antiprogressiste" ha costituito per decenni la spina dorsale dell'intervento statunitense in America Latina, giustificato dalla lotta al comunismo, dalla difesa della stabilità, dalla promozione della democrazia o, come nell'attuale crisi venezuelana, dalla lotta al narcotraffico.
Tuttavia, non va trascurato il tentativo di riaffermare la sovranità dei popoli latinoamericani che si è concretizzato in una delle fasi più intense della globalizzazione, tra la fine del secolo scorso e l'inizio di quello attuale. In quel periodo, Paesi come Argentina, Brasile, Venezuela, Bolivia e – seppur con traiettorie più discontinue – il Cile, pur seguendo agende nazionali diverse, hanno condiviso un progetto strategico di integrazione regionale. Un progetto che mirava al superamento degli egoismi nazionali in vista della più ampia missione di costruire la cosiddetta “Patria Grande”, concepita come strumento di emancipazione collettiva a livello politico, economico e simbolico.
Questa fase di relativa autonomia regionale coincise con un temporaneo declino dell'interesse degli Stati Uniti per il subcontinente latinoamericano, dovuto al principale impegno di Washington in altre aree strategiche, come il cosiddetto Grande Medio Oriente e, successivamente, il "perno verso l'Asia". Una volta mutato il contesto internazionale, Washington ridefinì gradualmente una strategia volta a riportare l'intero spazio latinoamericano nella sua sfera di influenza.
Questa strategia si è manifestata inizialmente attraverso l'elezione di governi più vicini agli interessi degli Stati Uniti, come quello di Jair Bolsonaro in Brasile, ed è stata seguita dall'ascesa di leader politici in Argentina e Cile che, seppur con caratteristiche diverse, hanno portato a un riorientamento politico favorevole a Washington, grazie alla loro comune visione neoliberista.
Nel caso specifico del Venezuela, queste dinamiche politiche e strategiche sono confluite a causa del significativo interesse degli Stati Uniti nel controllo delle vaste risorse energetiche del Paese. Una leadership non allineata con Washington potrebbe utilizzare queste risorse come leva per rafforzare la cooperazione con attori non occidentali, in particolare alcuni Paesi BRICS+ e, soprattutto, la Cina, sconvolgendo così l'equilibrio energetico e geopolitico regionale.
Alla luce di questo quadro generale, si può ragionevolmente prevedere che la pressione statunitense non si fermerà al Venezuela. In una prospettiva di medio termine, il prossimo campo di scontro, oltre a Cuba, potrebbe essere la Colombia sotto la guida di Gustavo Petro, in un contesto in cui l'intero spazio latinoamericano recupera una posizione centrale nella competizione geopolitica globale. L'azione militare recentemente condotta in Venezuela esemplifica la strategia di Trump volta a riaffermare l'egemonia americana in un momento in cui gli Stati Uniti si rendono conto che la loro supremazia si sta erodendo rapidamente. Da questo punto di vista, questo episodio – che illustra la volontà di ricorrere a tattiche di forza, la vecchia "diplomazia delle cannoniere" – costituisce un precedente, un vero e proprio monito rivolto non solo ai presunti nemici, ma anche agli alleati che Washington considera inaffidabili.
Fonte: Chintan India Foundation
Tiberio Graziani è presidente di Vision & Global Trends, l'Istituto Internazionale di Analisi Globale. Attualmente insegna presso la Scuola di Dottorato Internazionale nel programma "Diritto e Cambiamento Sociale: Sfide della Regolazione Transnazionale" presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Roma Tre.

