Berlino con il Coronavirus, cose da raccontarsi a veglia

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Salvatore Trapani in questo suo reportage dalla capitale tedesca offre un’immagine inedita del comportamento di un popolo che è esattamente l’opposto di quello italiano di fronte a un evento tragico che li coinvolge entrambi. Ognuno poi la pensi come vuole anche sul perché la numero uno d'Europa, Frau Ursula von der Leyen, abbia dichiarato in italiano: «Siamo tutti italiani», lodando il modo con il quale abbiamo affrontato questa emergenza. Una cosa è certa i cancelli dei parchi di Berlino saranno gli ultimi a essere chiusi.

di Salvatore Trapani

berlino si muoveBERLINO. La Germania si avvia velocemente verso uno stato di semi veglia. Guardando i grafici delle nuove infezioni da Coronavirus e della velocità con cui si susseguono, si evince che rispetto all’Italia qui siamo nove giorni indietro.

Alla data di sabato 14 marzo stando ai dati resi noti dal Robert Koch Institut si è giunti a 3 mila 795 casi inclusi dieci decessi.

E dunque, dallo stesso sabato tutti i bar devono restare chiusi, i ristoranti non devono invece, ma solo se possono garantire la distanza di un metro e mezzo tra i tavoli e i clienti.
Mentre da venerdì 13 prima già tutti i musei, i castelli e i luoghi statali di memoria sono chiusi, con storno immediato delle visite guidate a gruppi e scolaresche.
Discoteche, Club e luoghi dove non viene cucinato cibo devono restare chiusi.
La polizia nella notte tra sabato e domenica si è sguinzagliata per le strade, al fine di far rispettare l’ordinanza imposta dal sindaco di Berlino, Michael Müller nel pomeriggio dello stesso giorno.
Cinema, palestre, piscine, centri benessere e palazzetti dello sport rientrano nella stessa ordinanza.
 
Tuttavia i tedeschi, di là delle autocritiche sul piano politico, specie al sistema del federalismo che non ha permesso alla Cancelliera Angela Merkel di imporre una linea di condotta per tutti i sedici Länder confederati, sembrano aver capito da tempo che la situazione è seria.
Nessuno qui ha però agito nel modo in cui tutti si aspettavano.
Ma tutti chi? Innanzitutto una regola culturale e di vita dei tedeschi è: “mai aspettarsi qualcosa”. C’è pure il detto. Il principio dell’aspettarsi qualcosa da qualcuno è il primo lesivo della libertà di scelta.
Nessuno qui guarda e ha guardato all’Italia come modello di comportamento, esempio da seguire, aprendo hashtag come #iorestoacasa o promuovendo campagne di persuasione collettiva per spingere tutti a sfoderare quella capacità di giudizio, che l’egoismo obnubila.
Anche difronte alla drammatica situazione di alcune regioni del Nord Italia. Né tantomeno, se il popolo tedesco dovesse finire in quarantena, qualcuno si affaccerà dai balconi dei condomini cantando o si arrenderà ai solitari.
Compaiono, però, sugli alberi e sui fanali delle grandi città inserzioni con i numeri di telefono degli studenti che non andando a scuola o all’Università (anche quelle sono chiuse da un bel po’) offrono ai più anziani, e dunque alla fascia più esposta e fragile di fare la spesa, occuparsi delle utenze perché non escano loro di casa.
 
Germania CoronavirusDunque quanto a capacità di giudizio e analisi, il livello culturale della popolazione tedesca lascia ben sperare e più le cose peggiorano e più la reazione dei tedeschi sarà antitetica al principio del virus: ridurre la società a sopravvissuti e scampati, perché obbedienti nel restare chiusi tra le quattro mura di casa, facendosi assalire dalla paranoia delle ore che passano.
No, fuori all’aria aperta il Covid-19 che circola, non ti salta comunque addosso.
Tenere le distanze tra le persone i tedeschi non lo scoprono tra i sistemi di prevenzione del contagio, ma vivono nella distanza e rispetto degli spazi e ambiti di ciascuno a priori.
Tedeschi freddi e distaccati”, lo si è sempre detto, quasi fosse il loro limite più grande, rispetto alla convulsiva e tattile tempra del Sud. Bene.
 
Una cosa sono e restano le regole di prevenzione, un’altra il senso pragmatico. L’Italia è stata la prima con gli Stati Uniti a chiudere gli aeroporti per i voli dalla Cina, come sappiamo, origine della pandemia. Tuttavia è in testa alla classifica europea per contagi e morti, oltre all’imbarazzante situazione di trovarsi dietro le porte chiuse un bel po’ di cinesi armati di buona volontà che avendo appena finito di affrontare il Coronavirus in casa, sposano la causa italiana portando macchinari e mascherine.
Beninteso, da nessuna parte della Germania partiranno treni pieni di irresponsabili dalle aree più a rischio, avvinti dalla fifa, per scappare a casa dai propri cari, rischiando di diffondere il virus la domenica successiva intorno alle lasagne fatte da nonna. Nessuno qui dovrà spingere nessun Presidente a prendere decisioni dure per imporre disciplina e senso civico.
Bozze di decreto in discussione ai massimi livelli e su tematiche delicate, qui non diventano fuga di notizie in pasto a una stampa irresponsabile nel chi ci arriva prima.
 
In Germania il senso civile parte da un altro punto di vista, usa ben altri canali, agendo più per gradi, se il caso lo ritiene, ma senza dimenticarsi che cifra locale non sono smania e impeto, ma maggiore calma.
Da due giorni sui social circola tra gli italiani la dura critica all’Inghilterra che è addirittura ancora più a sangue freddo, stabilendo secondo una legittima scelta politica la linea di maggiore diffusione del virus tra la popolazione.
Tutti urlano contro Boris Johnson, il Primo ministro del Regno Unito per questa scelta.
Per carità, l’uomo è ambiguo e molto particolare di suo, ma ha tutto il diritto di affrontare questa epidemia in casa propria nel modo in cui un Parlamento sovrano si è espresso.
 
Qui in Germania non c’è la corsa ai centri commerciali aperti anche la domenica.
Al fine settimana da sempre, ancora in tempi non sospetti, quando le pandemie mietitrici erano solo nella fantascienza, a avere la precedenza è sempre stato il diritto del cervello e del corpo - dopo una settimana di lavoro tra uffici, computer e tran tran quotidiano – al libero contatto, non coi propri simili ma con la natura.
L’aria aperta. Chi scrive corrispondendo da Berlino ha fatto un test, andando a visitare il luogo che per i berlinesi è il simbolo per eccellenza della libertà: la Tempelhofer Freiheit (“La libertà di Tempelhof”) ovvero il parco dell’ex aeroporto Zentralflughafen Tempelhof consegnato da Hitler ai tedeschi nel 1935 e 76 anni dopo (2011) alla cittadinanza di Berlino come luogo di svago, dopo la chiusura dello scalo aereo.
È stata pur sempre l’ultima domenica d’inverno, ma con il sole sulla città e il cielo azzurro, sembra essere più della prima di primavera.
 
TempelhofQuale migliore occasione per portare il corpo al sole e all’aria, visto che tempi duri si appressano. Un parco pullulante non di incoscienti ma persone intese a fare Jogging, far volare gli aquiloni, badare ai piccoli orticelli regalati ai cittadini dal comune; famiglie con i più piccoli che imparano a correre e i più grandicelli a andare in bicicletta.
L’affermazione della propria libertà non passa qui dall’eludere leggi e imposizioni, dovendo poi ripiegare su strategie più dure e di contenimento. Le leggi qui si rispettano dal momento in cui vengono emanate, nel vincolo di una costituzione vigente senza schizofrenie affidate al panico dei singoli.
 
Adesso la Germania si chiude nei suoi confini tra Svizzera, Austria e Francia, allineandosi politicamente all’andazzo, ma una cosa è certa i cancelli dei parchi qui saranno gli ultimi a essere chiusi.
Salvatore Trapani
Salvatore Trapani vive a Berlino dal 1998. Ha corrisposto per le pagine di cinema e cultura del periodico romano Shalom-Mensile e del quotidiano nazionale Il Giornale. Si occupa di memoria storica e arti visive cooperando come referente alla formazione per il Memoriale agli Ebrei uccisi d’Europa a Berlino, per il Memoriale dell’ex campo di concentramento femminile di Ravensbrück  per l’Isituto Storico di Reggio Emilia, ISTORECO, dove ha fondato il progetto A.R.S. – Art Resistance Shoah. È anche autore di novelle (Edizioni Croce)
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