Un enorme parassitismo sul corpo dell’economia di Stato

La crisi e il crollo dell’URSS sono stati in buona misura la crisi e il crollo dell’economia sovietica. I successi di quest’ultima erano stati notevoli: anche dopo il “grande balzo” dell’industrializzazione staliniana (che portò l’URSS a diventare già nel 1937 la seconda potenza del mondo per produzione industriale). Poi arrivarono le riforme Krusciov seguite dal “contratto sociale brezneviano”: l'economia si inabissò ed emerse la mafia.

Donne operaieL’economia sovietica era caratterizzata dal predominio dell’industria sull’agricoltura, e dal predominio dellindustria pesante, produttrice di macchine, su quella leggera, produttrice di beni di consumo. Questa “sproporzione” finì per costituire uno dei suoi maggiori problemi.

L’attenzione degli studiosi peraltro si è focalizzata sul funzionamento interno del sistema pianificato, nel quale – a partire dagli anni ’60 – emergono sempre di più frammentazione e forze centrifughe, interessi settoriali e aziendali: insomma il “dipartimentalismo” e i “localismi”. Di fatto, esistevano “conflittualità tra organi e incompatibilità tra obiettivi e strumenti di piano”: i “ministeri della produzione”, intermediari tra i settori produttivi e l’organo di pianificazione (Gosplan), agivano come “gruppi di interesse”, inducendo il Gosplan ad “apportare correzioni, cioè tagli alle forniture richieste”; queste infatti erano sempre in eccesso rispetto alle esigenze di imprese e settori produttivi, che le gonfiavano in modo da premunirsi da “irregolarità delle consegne, strozzature e tagli delle forniture”. Dunque le informazioni dal basso verso l’alto, essenziali per una corretta pianificazione, erano falsate, oltre che “imprecise, saltuarie e insufficienti”; gli organismi pianificatori, che conoscevano queste tendenze, a loro volta imponevano piani di produzione eccessivi rispetto a risorse e capacità produttive denunciate; e questo induceva i ministeri a sviluppare una rete di forniture parallela, al di fuori del piano e spesso della legge, basata su scambi, favori, corruzione, ecc. .

In sostanza, i “gruppi di interesse” agivano “contro gli interessi dello stesso piano generale”. Il discorso era analogo passando dai ministeri alle singole imprese: informazioni falsate per avere piani di produzione meno impegnativi, riserve nascoste, forniture extra-piano, costi gonfiati, ecc. Peraltro, “ogni realtà territoriale di una certa rilevanza” esprimeva “inevitabili spinte localistiche”. Ne derivava la “dispersione” e “l’indebolimento dei poteri di direzione”; “veniva ad indebolirsi fortemente lo stesso principio di responsabilità riguardo all’utilizzo economicamente e socialmente valido delle risorse”, e si moltiplicava la “appropriazione particolaristica delle risorse ‘pubbliche’”. Come osserva Boffa, “quella che doveva essere l’economia più pianificata e controllata per una parte considerevole e, comunque, crescente, sfuggiva a qualsiasi controllo ”.

A tutto ciò si aggiungevano difetti legati alla produzione e alla produttività: il privilegiare la quantità (per realizzare gli obiettivi del piano) a danno della qualità dei prodotti, una manodopera in eccesso e sottoutilizzata (sintomo di una “disoccupazione occulta”), infine una resistenza all’innovazione tecnologica (per non vedere aumentati gli obiettivi del piano). E sullo sfondo, il “compromesso corporativo regressivo tra direzione di fabbrica e maestranze”, e quindi la scarsa produttività del lavoro. Si tratta di quel “contratto sociale brezneviano” o “compromesso sovietico”, che consisteva in un tacito accordo tra operai da un lato, e direttori d’impresa e ceto politico dall’altro, per cui a scarsi incentivi materiali corrispondeva una produttività del lavoro scarsa. Peraltro, “gli incentivi materiali non sono stati accettati volentieri quando mettevano in questione il modo di lavorare abituale”, che implicava “totale sicurezza dell’impiego”, “bassi ritmi di lavoro” ecc.: aspetti in parte tendenzialmente socialisti, o prematuramente socialisti, rispetto alla necessità di sostenere la competizione col supercompetitivo e capitalistico Occidente.

Notevoli erano anche le rigidità e i limiti tecnici della pianificazione, dalla difficoltà di una efficiente allocazione delle risorse all’inadeguatezza tecnica del “metodo dei bilanci materiali” utilizzato dai ministeri per calcolare le relazioni inputs-outputs, dai limiti di calcolo dei costi di produzione fino al problema del raggiungimento di un equilibrio tra domanda e offerta dei beni di consumo, e tra quest’ultima, i prezzi ed i salari. Inoltre, permanendo condizioni di scarsità e difficoltà nella distribuzione, e mancando meccanismi di adeguamento automatico tra domanda e offerta, si verificava spesso uno squilibrio tra massa salariale e offerta di beni di consumo, da cui i fenomeni delle file o degli scaffali vuoti, sintomi di una “inflazione repressa” che sarebbe divenuta “aperta e pericolosa se meccanismi di libero mercato venissero attivati”; come nei fatti è stato. Il problema, in definitiva, legato alla definizione “arbitraria” dei prezzi, consisteva in uno squilibrio tra beni prodotti, prezzi e salari10.

Infine, tra i “problemi microeconomici”, c’era la mancanza di rigidi vincoli di bilancio per le imprese che, non temendo di fallire in quanto sostenute dallo Stato, non puntavano eccessivamente sulla redditività dei propri investimenti; dal che seguiva sia la resistenza all’innovazione tecnologica, sia lo spreco di risorse e beni. Tutto ciò condusse ad una crisi di redditività degli investimenti dello Stato, che sarà fatale: il sistema cioè evitava crisi cicliche e fallimenti aziendali, ma “al costo di giungere assai più rapidamente e coerentemente alla propria fine”. In questo senso, come scrive Catone, “l’economia sovietica del periodo brezhneviano ha rimosso una razionalità capitalistica senza  aver costruito una nuova razionalità socialista”.

 

Il fallimento dei tentativi di riforma

I problemi economici che abbiamo visto sono stati più volte oggetto di tentativi di riforma. I principali tentativi risalgono a Krusciov e alle riforme di Kosygin degli anni ’60. Le riforme kruscioviane riguardarono l’organizzazione dell’economia: in un quadro di decentramento, furono istituiti i sovnarchozy (centri di pianificazione regionali) e vari ministeri furono aboliti; si intendeva così superare un modello organizzativo verticale, attraverso organi di coordinamento che stimolassero anche le relazioni fra le imprese. Ne derivò però il rafforzarsi delle “tendenze campanilistiche”: il risultato fu quello di “sostituire lo ‘spirito di parrocchia’ dell’amministrazione locale alla ‘lieve tutela’ dei ministeri, e l’esperimento fu abbandonato ovunque”. Secondo A. Nove, l’istituzione dei sovnarchozy produsse il moltiplicarsi di enti da cui dipendevano le forniture di materie prime e semilavorati per l’industria, il che complicava la realizzazione del piano: non c’era più un solo organo responsabile, cosicché alla fine non era responsabile alcuno; nelle repubbliche più grandi, vigeva una “pianificazione a doppio binario”.

Il secondo importante tentativo riformistico fu la “riforma dell’impresa” di Kosygin (1965), i cui obiettivi erano il “miglioramento della pianificazione” e il “rafforzamento dello stimolo economico della produzione”: a tali fini, occorreva ridurre il numero degli “indici imperativi” pianificati centralmente, introdurre altri indici di produttività oltre a quelli quantitativi, lasciare parte degli utili all’impresa. Secondo R. di Leo, anche questa riforma ebbe un “esito fallimentare”: ponendo la questione di un “rapporto orizzontale tra le aziende”, ebbe “effetti di rimbalzo sul resto dell’ingranaggio tali che il partito-stato tornò al centralismo verticale”. D’altra parte, la riforma lasciava immutato il resto del sistema, e in particolare il meccanismo di formazione dei prezzi e la pianificazione elaborata “in grandezze fisiche” piuttosto che in termini finanziari. Anche per Catone, la riforma “aggrava i problemi dell’economia sovietica. Le imprese acquisiscono un potere monopolistico che prima non avevano, ma non migliorano la qualità della produzione”. Per Ellman e Kontorovich, le riforme del 1965 “danneggiarono l’organicità del sistema di comando, affrettandone la fine”. In questo senso, il “riformismo comunista” sarebbe fallito non tanto perché “bloccato” ma proprio in quanto avrebbe effettivamente realizzato alcune innovazioni, rivelatesi però incompatibili col funzionamento del sistema.

 

La “doppia economia”

Veniamo ora al problema della “doppia economia”, ossia alla convivenza dell’economia ufficiale con l’“economia ombra” o “seconda economia”. Questa, essenzialmente un circuito mercantile a fronte di un’economia pianificata, è stata generata dalle carenze di quest’ultima; ma era anche un’eredità della struttura sociale pre-rivoluzionaria. Giustamente il Manuale di economia politica apparso in URSS negli anni ’50 affermava che “la costruzione del socialismo” non può fondarsi “su due basi differenti” – ad esempio sull’“industria socialista più grande e più unificata” e “un’economia contadina di piccola produzione mercantile dispersa e arretrata” – “per un periodo relativamente lungo”.

Mao commentava che in URSS “il periodo di coesistenza” era “durato troppo a lungo”. Il Paese cioè si reggeva su due sistemi di proprietà potenzialmente antagonistici. L’esistenza delle “piccole aziende familiari”, ossia degli appezzamenti privati dei contadini colcosiani, e dei “mercati colcosiani”, provocava scompensi economici notevoli. Infatti, tempo di lavoro e produttività aumentavano nel piccolo appezzamento privato, diminuendo in quello collettivo o statale. Esisteva inoltre una “coesistenza antagonista del piano e del mercato”, per certi versi inevitabile nel periodo di transizione. Scrive nel ’69 Sweezy:

I rapporti mercantili [...] sono inevitabili, per un lungo periodo di tempo, nel socialismo, ma costituiscono un pericolo permanente per il sistema e, se non contenuti e controllati, condurranno alla degenerazione e alla regressione.

[...] La contraddizione mercato-piano non è una contraddizione assoluta nel senso che le due forze non possano esistere affiancate; è una contraddizione nel senso che [...] sono in opposizione l’una all’altra e [...] costrette a una incessante lotta per il predominio. Il problema qui non è tanto quanto estensivamente si ricorra al mercato, ma fino a che punto si ricorre al mercato quale regolatore indipendente.

In questo senso, la “rottura” avviene nella fase post-staliniana, con Krusciov e più ancora con Breznev. Si produce allora una crisi della pianificazione centralizzata: i processi di decentramento amministrativo e gestionale vi entrano in contrasto; ma soprattutto essa è ostacolata dai crescenti scambi economici di tipo privatistico tra imprese, ministeri ecc., ossia da un mercato di materie prime e mezzi di produzione, accanto a cui si sviluppa una sempre più ampia dinamica di mercato nel settore dei generi alimentari e di consumo. Emerge così una “economia ombra” che mette in crisi la pianificazione, e innesca una spirale di illegalità diffusa, connivenze e corruzione, che a sua volta fa sorgere “mafie” locali e nazionali. Insomma, fenomeni disgregativi dell’economia pianificata si inseriscono nelle crepe di quest’ultima, contribuendo a tenerla in piedi nel breve periodo, ma in realtà “scavandole la fossa”. A ciò si aggiunga, nelle zone periferiche dell’URSS (Asia centrale ecc.), un’“economia informale su vasta scala non controllata dallo Stato”, fondata su legami familiari ed etnici: “zone franche” in cui si sviluppavano rapporti di mercato, peraltro piuttosto primitivi, “economie familiari contadine” e “pratiche illegali”.

Dunque il processo inizia negli anni ’60: è allora che “le aspettative della gente vennero percepite sempre più come legittime, e le iniziative economiche informali che nascevano per soddisfarle apparvero la soluzione di minor rischio”, per cui “le autorità cominciarono a chiudere gli occhi sull’economia-ombra”. Inoltre l’ampio ricorso all’incentivazione materiale aumentò la “monetizzazione dell’economia domestica”, legittimando nuovi valori. La riforma del 1965 segnò “la pubblica accettazione della coesistenza tra l’organizzazione economica di tipo sovietico e l’impresa contadino-familiare, non più considerata compromesso transitorio a latere del socialismo realizzato, ma presenza operante dentro di esso”, mentre la Costituzione del ’77 riammetteva le “attività artigianali e commerciali private”. Le “norme meno rigide sulle piccole attività economiche private  crearono nuove opportunità di crearsi un reddito supplementare grazie a un ‘secondo lavoro’ o un’attività privata a tempo pieno”. L’“inserimento di faccende personali nell’orario di lavoro, con l’impiego di valori di proprietà sociale per uso privato” contribuì al consolidarsi di “una seconda economia negli ‘interstizi’ di quella centralizzata”.

“A metà degli anni ’70 non si poteva più parlare della pianificazione come qualcosa di realmente funzionante”; gli scambi di semilavorati e materie prime avvenivano “sulla base ora di rapporti di forza fra settore e settore, e azienda e azienda, ora di meccanismi spontanei, e cioè sempre al di fuori di ogni idea di piano”. Le imprese svilupparono “una loro particolare economia parallela”, accumulando più risorse del necessario “per poterle poi scambiare vantaggiosamente”. Del resto, la formazione di un mercato parallelo dei mezzi di produzione era conseguenza “inevitabile” dell’“introduzione del principio di redditività delle singole imprese”, specie in una situazione di “penuria relativa” come quella sovietica. Alcuni lavori, specie nell’edilizia, erano appaltati a “squadre speciali” di lavoratori in sovrannumero, al di fuori del circuito ufficiale; “e dal momento che il materiale usato era sottratto alla sua legittima destinazione, esisteva necessariamente un giro vorticoso di furti e di corruzione ”. In generale, “l’economia-ombra era basata sulla corruzione e il ladrocinio o furto su larga scala della proprietà statale”, con “una cooperazione nascosta” tra la nascente ‘mafia’ e settori della nomenklatura, e il formarsi di una nuova “categoria di intermediari”; insomma, fu “un enorme parassitismo” “sul corpo dell’economia di Stato”. Essa contribuì ad aggravarne i difetti dell’economia pianificata e a costituire una proto-borghesia para-criminale, poi tra i protagonisti della disgregazione dell’URSS.


Alexander HöbelAlexander Höbel, dottore di ricerca in Storia, collabora con la Fondazione Gramsci e l’Università di Napoli Federico II. Si occupa in particolare di storia del movimento operaio e comunista. Membro della redazione romana di “Historia Magistra”, è responsabile della Scuola di formazione politica “Gramsci-Togliatti”. È autore dei libri Il Pci di Luigi Longo (1964-1969) (Edizioni scientifiche italiane 2010) e Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945) (Carocci 2013), e curatore dei volumi: Novant’anni dopo Livorno. Il Pci nella storia d’Italia (con M. Albeltaro, Editori Riuniti 2014), Palmiro Togliatti e il comunismo del Novecento (con S. Tinè, Carocci 2016), Togliatti e la democrazia italiana (in uscita presso gli Editori Riuniti).

 

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