La neutralità svizzera ha ancora un senso?
Il 27 settembre la Svizzera sarà chiamata a votare su uno dei principi che più ne hanno plasmato la storia e l'identità: la neutralità. Al centro della consultazione vi è l'iniziativa popolare “Salvaguardia della neutralità svizzera”, una proposta destinata ad alimentare un dibattito che va ben oltre i confini della Confederazione.
Il voto del 27 settembre: la proposta. L'iniziativa popolare chiede di inserire nella Costituzione una forma di neutralità "permanente e armata"./ Foto: Nadine Marfurt, UnsplashNell’immaginario collettivo, la neutralità elvetica è un dato di fatto immutabile, una caratteristica naturale quasi al pari delle Alpi, degli orologi o del cioccolato. Ma la realtà, vissuta da chi come me abita nella Confederazione da trentott'anni, è molto più complessa. La neutralità non è un dogma scolpito nella pietra, ma un cammino dinamico che si è sempre evoluto insieme alla storia del Paese, adattandosi ai profondi cambiamenti dell'Europa e del mondo
Oggi, in un contesto internazionale segnato dal ritorno della guerra nel continente europeo e da nuove tensioni geopolitiche, i cittadini svizzeri si pongono una domanda cruciale: siamo mai stati davvero neutrali in senso assoluto? Per capire la portata del voto di fine settembre, è necessario svelare come è nato questo mito e perché oggi si trova al centro di un simile scontro politico.
Per molti, la neutralità elvetica nasce nel 1815 con il Congresso di Vienna. In realtà, quel trattato non fece altro che riconoscere sul piano internazionale un orientamento politico maturato nel corso dei secoli, le cui radici vengono spesso fatte risalire alla sanguinosa battaglia di Marignano del 1515. Alle porte di Milano, i Confederati subirono una disfatta totale contro il re di Francia Francesco I. Fu lo shock geopolitico che spense per sempre le ambizioni espansionistiche svizzere. Stretti tra giganti, gli elvetici capirono che l'unico modo per non essere schiacciati era sfilarsi dai giochi di potere europei.
Questo non significò la fine delle armi, anzi. Per secoli la Svizzera è rimasta ufficialmente neutrale mentre i suoi mercenari continuarono a combattere al servizio dei sovrani di mezza Europa rappresentando un business d'oro per i Cantoni. La neutralità, dunque, non nacque come un dogma morale né come una scelta di isolamento dal mondo. Fu piuttosto il risultato di una lunga evoluzione politica, nella quale la prudenza e la ricerca della sicurezza finirono per prevalere sulle ambizioni espansionistiche. Una Confederazione collocata nel cuore dell'Europa, tra potenze spesso in guerra fra loro, aveva tutto l'interesse a non trasformarsi nel campo di battaglia altrui. Solo dopo il ciclone napoleonico, nel 1815, le grandi potenze europee decisero che una Svizzera stabilmente non allineata faceva comodo a tutti per garantire l'equilibrio complessivo.
C’è un grande equivoco, soprattutto fuori dai confini nazionali: l'idea che la neutralità sia sinonimo di indifferenza o che rappresenti un principio statico. La storia, invece, racconta una realtà molto più sfumata. Al centro del dibattito vi è una distinzione giuridica fondamentale, poco conosciuta al di fuori della Confederazione: quella tra diritto di neutralità e politica di neutralità.
Il diritto di neutralità è costituito dalle norme del diritto internazionale: non partecipare militarmente ai conflitti, non mettere il proprio territorio a disposizione dei belligeranti e trattare le parti in conflitto secondo regole di imparzialità. La politica di neutralità, invece, è la prassi elastica con cui il governo svizzero adatta questo principio ai tempi che cambiano. Per secoli, questa elasticità ha permesso alla Svizzera di difendere i propri interessi offrendo i "buoni uffici", cioè facendo da mediatrice globale e ospitando storici negoziati di pace.
Fu nel Novecento che questa impostazione venne sottoposta alla sua prova più difficile. Durante la Prima guerra mondiale la Confederazione riuscì a rimanere fuori dal conflitto, ma non certo estranea alle sue conseguenze. Circondata da Stati belligeranti, mobilitò circa 220 mila uomini per presidiare le proprie frontiere. La neutralità, per essere credibile, doveva poggiare sulla capacità di difendere il territorio.
La prova decisiva arrivò però con la Seconda guerra mondiale. Dopo il crollo della Francia nel 1940, la Svizzera si ritrovò quasi completamente assediata e accerchiata dalle potenze dell'Asse nazifascista. Restare militarmente neutrali non significava poter ignorare la guerra: significava, al contrario, prendere ogni giorno decisioni difficili nel tentativo di garantire la sopravvivenza del Paese. Berna fu costretta a muoversi su un sottile filo d'equilibrio, commerciando con entrambi gli schieramenti ma mantenendo inevitabili e rilevanti rapporti economici e finanziari con la Germania nazista.
Un capitolo doloroso, riaperto ufficialmente negli anni Novanta dalla Commissione indipendente di esperti guidata dallo storico Jean-François Bergier. Il rapporto finale, pubblicato nel 2002, fece luce sulle transazioni in oro con il Terzo Reich e sulla restrittiva gestione dei rifugiati alle frontiere. Senza emettere sentenze storiche, questo passato dimostra una verità fondamentale per capire il dibattito di oggi: la neutralità non mette un Paese al riparo dalla storia, né cancella l'obbligo di compiere scelte drammatiche. Al contrario, spesso le rende terribilmente più complicate, oscillando tra la sicurezza nazionale, il realismo economico e i princìpi umanitari.
Ed eccoci al nodo del 27 settembre. Dopo aver attraversato cinque secoli di storia, possiamo comprendere meglio perché questa consultazione sia molto più di una semplice disputa politica. L'iniziativa popolare “Salvaguardia della neutralità svizzera”, promossa da Pro Svizzera e sostenuta dalla destra conservatrice dell'UDC, non propone di introdurre la neutralità, bensì di definirne in modo più rigido i principi direttamente nella Costituzione federale, vietando sanzioni autonome e alleanze preventive.
Il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento raccomandano di respingere l'iniziativa e invitano a votare “No”. La tesi del governo è pragmatica: in un mondo instabile, legarsi le mani per legge nella Costituzione significa isolarsi e indebolire la sicurezza nazionale, impedendo alla Svizzera di cooperare con i partner occidentali di fronte a minacce globali. I promotori del “Sì”, al contrario, replicano che proprio la rigidità assoluta ha garantito al Paese secoli di pace e prosperità, e che cedere oggi alle pressioni internazionali significa svendere l'anima della Confederazione
Vivendo in Svizzera da trentott’anni, ho imparato che la neutralità per gli svizzeri è qualcosa di viscerale, difficile da comprendere per chi guarda da fuori: non è un freddo articolo di diritto internazionale, ma un tratto culturale identitario. È il modo in cui questo popolo respira e guarda il resto del mondo. Il prossimo 27 settembre, i cittadini non saranno chiamati a scegliere tra la pace e la guerra, ma tra due diverse idee di futuro: una Svizzera arroccata nella sua fortezza alpina, custode di un passato che l'ha protetta, o una Svizzera che accetta il rischio di navigare nel mare aperto della geopolitica moderna. Qualunque sia il verdetto delle urne, l'esito di questo voto racconterà molto non solo sul destino della Confederazione, ma sull'equilibrio dell'Europa intera.
Kamran Babazadeh nel 1978 era tra i giovanissimi che a Teheran erano scesi in piazza per dimostrare contro il regime dello scià Reza Pahlevi. All’indomani della rivoluzione è emigrato in Italia e poi in Svizzera dove per oltre quindici anni ha lavorato per OSAR ( l’organizzazione Svizzera di aiuto ai rifugiati),

