L’Europa non può tollerare che il dollaro governi il mondo

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La grande crisi dei derivati, nel 2008, ha rivelato la pericolosa spregiudicatezza della finanza americana. L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha reso la politica estera degli Stati Uniti avventurosa e imprevedibile. Fra gli obiettivi che la Ue dovrebbe proporsi nei prossimi anni vi è quello di una politica valutaria corrispondente ai suoi interessi e alle sue ambizioni.

romano66Occorre un breve riepilogo. Quando denunciò l’accordo che il suo predecessore aveva firmato con l’Iran sulle sperimentazioni nucleari della Repubblica islamica, Donald Trump non si limitò a interrompere qualsiasi rapporto economico con Teheran. Volle che anche i Paesi europei adottassero la stessa linea e minacciò sanzioni economiche contro chiunque avesse disobbedito. 

La Francia, la Germania e il Regno Unito cercarono di aggirare le sanzioni creando una cassa di compensazione a cui le aziende europee avrebbero potuto attingere per incassare le somme di cui erano creditrici. Ma il sistema (il suo nome è Instex) funziona soltanto per transazioni modeste mentre le aziende attive nei mercati internazionali non possono permettersi di sfidare gli Stati Uniti. Come ha scritto Wolfgang Münchau sul Financial Times del 27 maggio, perderebbero la grande clientela americana e non potrebbero più contare sui finanziamenti di banche che operano nel mercato dei capitali.

 Dopo l’avvento dell’euro, la Commissione di Bruxelles sperò che la Banca Europea degli Investimenti, fondata nel 1957 per finanziare operazioni utili ai fini politici dell’Unione (allora si chiamava Cee), avrebbe favorito la nascita di una nuova zona monetaria. Ma i risultati, per ora, sono stati poco rilevanti. Finché la maggiore valuta di riferimento sarà il dollaro, gli Stati Uniti potranno governare la finanza internazionale e il presidente americano potrà valersi di questo privilegio per imporre la propria politica.

Il generale De Gaulle ne era consapevole. Dopo il suo ritorno al potere nel 1958, sollecitato da un brillante consigliere economico finanziario (Jacques Rueff), propose il ritorno all’oro e dette ordine alla Banca centrale francese di acquistarne considerevoli quantità. Ma agli alleati europei dell’America il progetto gollista sembrò una minaccia per la coesione dell’Alleanza Atlantica in anni in cui la Guerra fredda giustificava, agli occhi di molti, la leadership americana.

Oggi la situazione è alquanto diversa. La Guerra fredda è finita. Il dollaro, dal 1971, non è più ancorato all’oro ed è quindi una moneta nazionale. La grande crisi dei derivati, nel 2008, ha rivelato la pericolosa spregiudicatezza della finanza americana. L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha reso la politica estera degli Stati Uniti avventurosa e imprevedibile. Non so se il ritorno all’oro sia possibile. In un libro pubblicato dalle Edizioni del Mulino nel 2009 («La veduta corta»), Tommaso Padoa Schioppa ha risposto alla domanda del suo intervistatore dicendo che l’oro «era ormai un oggetto della vanità umana». Ma questo non autorizza l’Unione Europea a tollerare che il sistema monetario internazionale sia governato da un solo Paese. Fra gli obiettivi che la Ue dovrebbe proporsi nei prossimi anni vi è quello di una politica valutaria corrispondente ai suoi interessi e alle sue ambizioni.

Sergio Romano

Romano Sergio RomanoNato a Vicenza nel 1929. Ambasciatore alla Nato dal 1983 al 1985. Ambasciatore in Unione Sovietica dal 1985 al 1989. Si è dimesso dal ministero degli Esteri nel 1989. Ha insegnato storia dell’Italia e delle relazioni internazionali alla Università Bocconi, a Pavia, a Berkeley e a Harvard. È stato editorialista de «La Stampa» ed è editorialista del «Corriere» dal 1999. È autore di biografie, saggi storico-politici e brevi atti unici.

 

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