La nostra diplomazia è malata di pensiero unico

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Il ministero degli Affari Esteri ha una rassegna stampa. Tutti immagineremmo che in essa siano inclusi gli articoli di politica internazionale presenti su vari giornali indipendentemente dalla loro collocazione politica.

basile Elena44L'ex ambasciatrice Elena Basile (nella foto) esperta di Medio Oriente sottoposta al linciaggio mediatico manipolando e sintetizzando il suo pensiero con virgolati falsi, soltanto perchè ella ha cercato di contestualizzare le ragioni del conflitto tra Israele e Palestina segnalandone le vere radici, cioè l'esatto contrario della versione ufficiale del media mainstream.Se Borrell giustifica la censura dei media russi con l’incredibile affermazione di voler tutelare i cittadini, poveri sprovveduti, dalle fake news, concepire una tale giustificazione per la censura al ministero degli Esteri appare paradossale. I diplomatici dovrebbero essere in grado di discernere la propaganda dalla verità e ascoltare pensieri e posizioni differenti senza timore alcuno. Ho fatto presente al più alto dirigente della Farnesina che mi sembrava strano che la rassegna riproducesse, tranne poche eccezioni, soltanto gli interventi in grado di rafforzare la narrazione Nato e Ue degli accadimenti odierni.

Pensavo di trovare un interlocutore, che tra l’altro conosco da trent’anni, incline ad accettare osservazioni che potevano migliorare un servizio offerto ai dipendenti del ministero. Purtroppo il collega si è molto risentito e ha opposto un muro invalicabile. I diplomatici non hanno il diritto di leggere gli articoli di analisti come John J. Mearsheimer o Jacques Baud? Di Alberto Negri o di Tommaso di Francesco? Del generale Mini e del professore Orsini sul Fatto? La sottoscritta in effetti è stata qualche volta inclusa nella mitica rassegna, ma sempre più di rado. Mi dispiace per i giovani. Le migliori intelligenze e competenze entrano alla Farnesina ma in un clima del genere imparano presto a ottundere il cervello e il senso critico. Del resto ricordo che eravamo 28 giovani volontari diplomatici, due donne e 26 uomini: seguivamo il primo anno come da prassi le lezioni all’Istituto diplomatico.

Nel dibattito che nasceva dopo le lezioni s formavano di solito due gruppi. L’uno composto di giovani brillanti, curiosi e pronti alla discussione dei temi di politica internazionale, gli altri altrettanto brillanti, per carità, ma silenziosi e perspicaci. Ascoltavano con poco interesse, persino annoiati, discussioni che non li coinvolgevano affatto. Avevano compreso che la carriera non aveva molto da condividere con la profondità dell’esame delle relazioni internazionali.

Erano naturalmente inclini a obbedire e assorbire le indicazioni superiori. Indovinate chi ha fatto carriera dei due gruppi? Eppure non è stato sempre così. Ricordo un grande direttore generale, Luigi Vittorio Ferraris, un ambasciatore purtroppo scomparso in grado di marcare con la sua personalità la storia della Farnesina. Era uno studioso di relazioni internazionali, un fine analista, scrittore di libri, conciliava accademia e carriera. L’ho conosciuto personalmente e lo cito per primo. Vi potrebbero essere tanti altri esempi di grandi diplomatici in grado di riconciliare il sapere, la serietà degli studi e la carriera. Bisogna andare tuttavia indietro negli anni.

Emerge come un gigante Alberto Bradanini, ambasciatore di grado, l’ultima sua sede Pechino, uomo colto e integro che con la sua usuale trasparenza e generosità è intervenuto più volte in mio soccorso. Un altro grande diplomatico, Umberto Vattani, già segretario generale, è una personalità che ha influito grandemente sulle vicende del ministero, ha sempre messo cultura e intelligenza al servizio della carriera diplomatica. È stato così aperto di vedute da presentare al Circolo degli esteri il mio ultimo libro, Un insolito trio, che è anche un romanzo civile di critica alla burocrazia del ministero. E che dire di Sergio Romano che si è dimesso arrivando allo scontro col potere politico, uno storico e uno scrittore in grado di affermare che la Nato avrebbe dovuto sciogliersi quando si è sciolto il Patto di Varsavia?

La sola ragione per cui la Nato è rimasta in piedi è per dare lavoro a una burocrazia ingorda di privilegi e capace di fabbricare un nemico nuovo da unire ai vecchi per far sopravvivere un sistema obsoleto. Bene, se guardiamo alla situazione in Europa, direi che le previsioni di Romano si sono avverate. La burocrazia della Nato è viva e vegeta, il nemico Russia inferocito e baldanzoso, la corsa agli armamenti vive una escalation senza limiti.

Il declino della odierna diplomazia italiana va di pari passo con lo stato caotico delle nostre relazioni internazionali. Sarà una coincidenza. Ma è innegabile che lede alla nostra democrazia non avere un corpo diplomatico colto e potente (tranne le solite eccezioni che non fanno la differenza), in grado di interagire con la classe politica, temperandone cinismo e inesperienza, e di perseguire gli interessi dello Stato, che si identificano con il bene comune del Paese e non con il beneficio del potere politico contingente.

Fonte: Il Fatto Quotidiano


Basile ElenaElena Basile, scrittrice ed ex diplomatica italiana. Dal 2013 al 2021 è stata Ambasciatrice d'Italia in Svezia e Belgio.È stata insignita dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana .Dal 2003 al 2007 è stata delegata a Lisbona . Nel 2008 è stata a capo della sezione dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa . Dal 2010 al 2012 è stata a capo del dipartimento Nord America. I due suoi ultimi libri in ordine di tempo: In famiglia (2022) La Nave di Teseo Editore; Un insolito trio (2023) La Lepre Edizioni 

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