Fu il genocidio armeno che ispirò ai nazisti l'Olocausto

In questo secondo capitolo sui flussi migratori Alfredo Venturi scrive di Ebrei e Armeni e spiega perchè sono fra gli esempi più significativi di popoli in fuga dalle proprie terre. Il dramma degli ebrei cominciò quasi sei secoli prima di Cristo con la cattività babilonese, e culminò nei campi di concentramento nazisti. Per numero di vittime la sorte degli armeni è seconda soltanto a quella degli ebrei nell’Olocausto.

di Alfredo Venturi

Diaspora è una parola greca che significa disseminazione, tradizionalmente viene associata alla storica vicendaebrei55 della popolazione ebraica costretta a lasciare la sua terra e spargersi nel mondo.

Poi fu applicata ad altri esodi forzati, come quello degli armeni cacciati a più riprese dalle loro aree d’insediamento.

Sono fra gli esempi più significativi di migrazione involontaria.
Il dramma degli ebrei cominciò quasi sei secoli prima di Cristo con la cattività babilonese, resa popolare dalle note verdiane del Nabucco. La superpotenza mesopotamica aveva invaso la Palestina e distrutto Gerusalemme: per gli ebrei la vita era divenuta impossibile e mentre molti di loro cercarono scampo in Egitto alcune migliaia, l’intera classe dirigente, furono deportati a Babilonia. 
Ci rimasero per il tempo di due generazioni, e quando Babilonia cadde in potere di Ciro il persiano fu loro concesso di tornare in patria e riedificare il tempio che i soldati di Nabucodonosor avevano distrutto.
Fu in pratica il secondo esodo, dopo quello leggendario che quasi un millennio prima aveva visto gli ebrei fuggire dall’Egitto sotto la guida del profeta Mosè in cerca della terra promessa.
Ma non era che l’inizio: il dualismo esilio-ritorno resterà ricorrente nella cultura ebraica.
 
Nel primo secolo sarà l’impero romano a distruggere il tempio e l’intera Gerusalemme, determinando la nuova diaspora.  
È una migrazione di tipo particolare, non si sceglie di partire alla ricerca di migliori condizioni di vita ma si è obbligati alla fuga, e una struggente nostalgia nutrirà per sempre l’ossessione del ritorno.
Il potere imperiale non vuole che gli ebrei, quel popolo così evoluto e così ribelle, vivano a Gerusalemme dove l’imperatore Adriano intende costruire una nuova città sulle rovine della vecchia e un grande altare dedicato a Giove Capitolino al posto del mitico tempio di Salomone.
Le legioni di Roma domano rapidamente la rivolta innescata da questi propositi pagani, e così la diaspora si diffonde nel Medio Oriente, nell’Africa settentrionale, nell’Europa meridionale.
 
Sono presenze raramente stabili, perché soggette all’arbitrio di chi detiene il potere.
Per esempio l’ebraismo sefardita in Spagna, tollerato e anzi incoraggiato dai musulmani, verrà distrutto dai re cattolici dopo la reconquista.
Costretti a scegliere fra la conversione e la fuga, molti ebrei cercano scampo in un’adesione fittizia alla nuova fede ma molti altri preferiscono andarsene.
Si uniscono alle comunità già presenti in Nord Africa, altri si stabiliscono in Italia, Francia, Germania. Sono generalmente bene accolti, perché la loro perizia mercantile e finanziaria stimola le economie locali.  
 
Ma al tempo delle prime crociate comincia a farsi strada in Europa, a cominciare dalla Francia, il fenomeno dell’antisemitismo, in parte incoraggiato da un clero cristiano che agita lo spettro del «popolo deicida», in parte dal fatto che nel Medio Oriente arabizzato gli ebrei vivono in buoni rapporti con il potere: quelli che sono potuti tornare a Gerusalemme godono di autonomia religiosa e in parte amministrativa.
 
Sono dunque, dal punto di vista di chi propugna le cruente spedizioni in Terrasanta, «amici degli infedeli» oltre che infedeli essi stessi.
È il tempo delle conversioni forzate, delle prime violenze, dei saccheggi. Verso la fine del quattordicesimo secolo re Carlo VI decreta l’espulsione degli ebrei. Di nuovo in cammino, dunque: si va delineando quell’immagine dell’«ebreo errante» che è destinata a dominare il destino di questo popolo.  
 
Alcuni si rifugiano nelle enclave pontificie in terra di Francia, altri si dirigono verso l’Italia, molti di più in Germania.
Qui si trovano in una singolare posizione giuridica: fin dai tempi del Barbarossa sono sottoposti, assieme ai loro beni, al diretto dominio imperiale: successivamente ebrei e patrimoni saranno distribuiti fra i principi elettori.
Ormai li insegue la maledizione dell’antisemitismo, l’ostilità popolare nei loro confronti si nutre di assurde dicerie, le fake news dell’epoca, come quella che li vuole responsabili delle pestilenze e di altre calamità.
Sono confinati nel ghetto e questo accentua il loro isolamento rispetto alla maggioranza che li ospita, li tollera, a volte li perseguita.  

Nonostante queste difficoltà, le comunità ebraiche in Germania e nell’Europa orientale tengono viva la loro antica cultura rivestendola di usi locali.

Per esempio gli Ashkenaziti, come vengono chiamati da una parola ebraica, Askenaz, che significa Germania, parlano yiddish, una lingua molto simile al tedesco. Hanno spiccato il senso della comunità, sognano il ritorno a Gerusalemme ma devono fare i conti con sentimenti diffusi di ostilità. Considerati sistematicamente responsabili di tutto ciò che non quadra nel mondo, sono il comodo capro espiatorio che paga colpe non sue, attraverso improvvise esplosioni di violenza, i pogrom, una parola russa che significa devastazione.  

Mentre la diaspora si allarga agli Stati Uniti, dove si forma gradualmente la più numerosa e fiorente comunità ebraica, proprio le persecuzioni subite da questa parte dell’Atlantico danno vita al sionismo: un programma di riscatto politico volto a ricreare in Palestina, nella terra degli avi, uno stato nazionale.

Poi cala sugli ebrei d’Europa la notte apocalittica dell’Olocausto, sei milioni di vittime, un pogrom elevato all’ennesima potenza che rilancia il piano sionista.  

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Relativamente più ridotta nei numeri ma ugualmente tragica la diaspora armena, conseguenza diretta del genocidio di cui questo popolo fu vittima nell’impero ottomano.

Anche questo dramma ha radici antiche.
Fuggiti una prima volta dalla loro terra invasa poco dopo l’anno 1000 gli armeni, di tradizione cristiana, fondarono un loro stato nella Cilicia, sulla parte meridionale dell’Anatolia.
Meno di quattro secoli più tardi ne furono sfrattati prima dai Mamelucchi egiziani, quindi dai turchi. Quelli sopravvissuti all’invasione si diressero verso altre parti del Medio Oriente, per esempio fondando a Gerusalemme il quartiere armeno che esiste tuttora, e soprattutto verso l’Europa orientale.  
 
La diaspora armena raggiunge il suo apice fra Otto e Novecento, quando la folta minoranza presente nell’impero ottomano è protagonista di ripetute ribellioni contro i soprusi di un potere ostile.
La reazione turca è spietata: un primo massacro ha luogo verso la fine del diciannovesimo secolo, con la conseguenza di una massiccia migrazione verso l’Europa e gli Stati Uniti.  
 
Ma il peggio deve ancora venire.
È il 1915 quando esplode la grande tragedia di questo popolo. Ai ferri corti con il governo ottomano dei Giovani turchi, che fin dall’inizio della Prima guerra mondiale è ossessionato dall’idea di un’eventuale alleanza della comunità con i nemici russi, gli armeni subiscono una feroce repressione preventiva.  
Costretti dall’esercito a marciare per allontanarsi dai possibili punti di contatto con i russi, sono oggetto di ripetuti massacri a opera dei soldati turchi e delle milizie curde che li affiancano. Si parla di un milione e mezzo di vittime, i superstiti alimentano una nuova ondata migratoria verso il Medio Oriente, l’Europa e gli Stati Uniti.
 
Eppure la Turchia di oggi, erede del potere ottomano, non vuole sentir parlare di genocidio.
Secondo il governo di Ankara l’uso di questo termine è improprio perché non ci fu nessun progetto sistematico di eliminazione della minoranza armena, quelle morti fanno parte del bilancio bellico.
Si trattò insomma di improvvisazione: fatto sta che per numero di vittime la sorte degli armeni è seconda soltanto a quella degli ebrei nell’Olocausto.  
 

Un altro flusso migratorio tutt’altro che spontaneo è quello che vide centinaia di migliaia di protestanti, dopo la revoca dell’Editto di Nantes nel 1685, fuggire dalla Francia cattolica.

Alla fine del secolo precedente re Enrico IV li aveva autorizzati a vivere nel paese finalmente pacificato dopo le guerre di religione.
Ma ora Luigi XIV, con l’Editto di Fontainebleau, fa marcia indietro e gli ugonotti francesi si rifugiano nell’Europa protestante: Olanda, Inghilterra, Danimarca, Svizzera e soprattutto Prussia.
Le stime del fenomeno oscillano fra i duecentomila e il mezzo milione di esuli.
Il governo di Berlino li accoglie a braccia aperte perché si tratta di una comunità operosa, ricca di talenti e competenze, che darà un significativo contributo alla ricostruzione dopo i disastri della guerra dei trent’anni e allo sviluppo del regno destinato a trasformarsi in una delle massime potenze d’Europa.

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Alfredo Venturi
É nato a Bologna, vive in Toscana. Laurea in Scienze politiche. Giornalista (il Resto del Carlino, La Stampa, Corriere della Sera) attivo in Italia e all'estero. Ha trascorso in Germania il decennio che comprende la riunificazione. Editorialista del settimanale Azione di Lugano. É autore di numerosi saggi di ricerca e divulgazione storica.
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