Respiratori, scienze, religioni. E lo Stato

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«Le mie giornate sono intrise di sofferenza e disperazione, non trovando più il senso della mia vita. Fermamente deciso, trovo più dignitoso e coerente, per la persona che sono, terminare questa mia agonia».   (Fabiano Antoniani, Dj Fabo, Febbraio 2017)

«Non si può non amare la vita: è il primo e il più prezioso bene per ogni essere umano. Dall’amore scaturisce la vita e la vita desidera e chiede amore! […] Ma la vita non può essere valutata solo in base alle condizioni o alle sensazioni che la caratterizzano nelle sue varie fasi; essa è sempre un bene prezioso per se stessi e per gli altri e in quanto tale è un bene non disponibile. La vita, qualunque vita, non potrà mai dirsi “nostra” […].Chi ama la vita si interroga sul suo significato e quindi anche sul senso della morte e di come affrontarla, senza però cadere nel diabolico inganno di pensare di poter disporre della vita fino a chiedere che si possa legittimarne l'interruzione con l'eutanasia, magari mascherandola con un velo di umana pietà».  (Conferenza Episcopale Italiana, Messaggio per la 29ª Giornata per la vita - 4 febbraio 2007)

 

EUTANASIA dossierLo Stato, secondo una tradizione che va da Nietzsche a Walter Benjamin, nasce dalla Gewalt, dalla violenza e si mantiene sul monopolio di essa. La violenza è fondamentale perché attraverso di essa conserva il controllo della vita. Per capire il perché partiamo da queste due immagini che si incastrano e si riflettono, si specchiano l’una nel negativo dell’altra.  

India, Giugno 2021. Il subcontinente è flagellato dalla variante del Covid, che il mondo avrebbe presto imparato a temere come variante Delta. D’improvviso i parenti dei malati vedono i loro cari annegare: è come se non non respirassero più, la capacità polmonare cede di colpo sotto l’attacco  del virus. Gli ospedali sono presi d’assalto: non ci sono respiratori a sufficienza per tutti, e anche quei pochi che ci sono non hanno ossigeno a sufficienza. E allora si caricano i parenti stremati nelle automobili e nei rickshaw e si girano tutte le strade delle sterminate megalopoli, nel traffico delirante del subcontinente, pur di trovare un posto in un ospedale, uno qualunque. Molti non ce la fanno, e muoiono nei bagagliai, sotto lo sguardo disperato dei loro cari. Ma anche chi è riuscito faticosamente ad attaccare un parente a un respiratore non è di certo al sicuro: l’ossigeno scarseggia ovunque. Le bombole sono letteralmente vita, e ci si ingegna a trovarle bussando a ogni porta: se ne acquistano, se ne vendono, se ne barattano. Fortune vengono fatte e disfatte: ovunque ci si aggrappa disperati a quei respiratori. 

Roma Luglio 1997. Piergiorgio Welby, malato da tempo di distrofia muscolare, ha una improvvisa crisi respiratoria. Per salvargli la vita medici sono costretti ad attaccarlo a un respiratore artificiale. Dopo qualche tempo, vista la necessità continuativa di questa ventilazione artificiale, gli viene praticata anche una tracheotomia. Welby esprime presto il suo enorme disagio e il lucido proposito di “staccare la spina”. Deve però combattere una lunghissima battaglia legale e civile per ottenere quanto desidera. Ci riuscirà finalmente il 20 dicembre 2006, dopo essere stato costretto per nove anni su quell’odiato letto.  

Le due lotte sono apparentemente di segno opposto, i malati di Covid tentano disperatamente di aggrapparsi a un respiratore, i malati incurabili devono invece sottoporsi ad un autentico calvario per riuscire a staccarsene legalmente, alla luce del sole.  Sono entrambe lotte per la vita: da una parte la possibilità di continuare la propria, dall’altra la possibilità di disporne liberamente. Al centro di entrambi i tentativi disperati sembra però esserci qualcosa di molto concreto, non un’idea ma un oggetto, anzi un meccanismo: il respiratore artificiale.  

Secondo il filosofo Giorgio Agamben è stata proprio l’invenzione del respiratore, insieme agli altri dispositivi di rianimazione artificiale, ad aver permesso di separare per la prima volta a tempo potenzialmente indefinito la mera sussistenza biologica di un individuo, la sua “nuda vita” dalla pienezza della sua esistenza psicologica, sociale, culturale e politica, la vita vera e piena, la vita degna di essere vissuta. Prima di questa innovazione i due stati dell’esistenza erano indissolubilmente legati, questa zona liminale tra la vita e la morte rimaneva preclusa alla tecnica, dominio assoluto della religione, con un tempo di permanenza determinato dal caso, ma tipicamente assai breve. Il respiratore artificiale aumenta esponenzialmente la possibilità statuale di controllo della vita.

Lo Stato può imporre l’uso del respiratore, come fa ai malati incurabili, o può sospendere la vita con un lockdown generalizzato se non ci sono abbastanza respiratori per tutti. Lo Stato può imporre obblighi sanitari relativi all’uso di questi dispositivi, utilizzando la stampella della religione, insostituibile alleata nel controllo rigoroso dei tempi della vita. Nascita, salute sessuale, matrimonio, funerali: la religione (da noi la sua variante cristiano cattolica) è capace di controllare tutto il ritmo dell’esistenza, è normale che non intenda regalare il libero accesso individuale al  controllo della fine  della propria vita, frontiera troppo calda nella biopolitica dei corpi per essere ceduta senza combattere al “nemico”.  

Non sorprende che nell’infuriare delle polemiche su Welby la Chiesa Cattolica si sia quindi trovata a svolgere il compito veramente ingrato dell’antagonista rispetto alle umanissime richieste di Welby: lasciate che io disponga della mia vita in questa sua fase come meglio credo, lasciate che io mi stacchi da questo respiratore. Può essere invece una coincidenza che, nell’attaccare così tanti poveri cittadini indiani al respiratore abbia contribuito l’ostinazione nel voler svolgere a tutti i costi l’affollatissimo Kumbh Mela, il festival religioso più grande del mondo, che si svolge ogni 12 anni sulle rive del Gange. O forse no: nel Paese dove è nato il concetto di karman niente può essere veramente casuale.  

Michel Foucault - colui a cui dobbiamo l’origine dell’indagine biopolitica moderna - ripartendo da Aristotele propone una distinzione tra βίος (bíos) e ζωή (zoé), una vita come vita degna di essere vissuta dagli uomini e una vita come mera funzione biologica.  Si potrebbe dire che I malati di covid si aggrappano alla mera esistenza biologica, la zoé, della ECMO e dei respiratori artificiali fiduciosi di poter guarire e poter tornare a una esistenza sociale pienamente degna (il bíos). I malati incurabili, invece condannati a una sussistenza puramente biologica, sfruttano la loro ultima scintilla di dignità umana, politica e sociale per rivendicare fieramente il proprio diritto di terminare questa  propria “nuda vita“, ormai indegna di essere vissuta. La perdita della dignità umana legata al respiratore, all’esperienza dell’intubazione è accettata solo come temporanea, mentre il malato incurabile collegato ai dispositivi di respirazione artificiale non può accettare che sia quella la sua prospettiva definitiva.  

Cosa succederebbe però se un malato di Covid rifiutasse la mascherina del respiratore? Ci sono giunte storie, non si sa quante edulcorate, di individui eroici che hanno ceduto il respiratore ai familiari o qualcuno che “aveva più bisogno”.  Ma se qualcun altro scegliesse per lui?  E’ successo che negli ospedali intasati dal Covid si sia dovuto decidere chi intubare, vista le risorse non infinite di dispositivi medicali, ovvero letteralmente chi far vivere e chi morire, decisione operata non in base a complesse considerazioni etiche, ma semplicemente sulla probabilità apparente di farcela (la scienza della vita resta empirica e statistica, mentre la Chiesa ancora sembra applicare alla sua bioetica la logica quasi booleana dei sillogismi).  Ma parliamo del nostro corpo:  se possiamo decidere di voler morire in generale, possiamo decidere di voler morire proprio di Covid, o quanto meno voler rischiare il contagio?  Anche qui la Chiesa ha detto: assolutamente no. Non si rischia niente.

Colpisce infatti come proprio la Chiesa Cattolica, che ha una tradizione gloriosa di pesti e epidemie, dove aveva offerto incrollabilmente il proprio conforto e esorcizzato il male e la paura con il rito delle processioni, si sia completamente dissolta durante la pandemia di Covid. La vecchia religione è sparita, come la piazza vuota in cui Papa Francesco recitò l’impressionante messa del Venerdì santo della Pasqua del 2020. Per molti mesi non fu possibile nemmeno celebrare nessun rito: il culto praticamente fondato sull’abbraccio dei i lebbrosi e le miracolose guarigioni si è squagliato per paura del contagio, abdicando persino ai suoi riti più solenni come i funerali. La Chiesa sembra aver abbandonato le sue vecchie statue di San Lorenzo, consunte per essere state portate troppe volte in processione nei secoli, e si è affidata in tutto alle prescrizione della nuova religione, la scienza.  Scrive Agamben proprio nel suo breve contributo “Riflessioni sulla peste”:  È come se il bisogno religioso, che la Chiesa non è più in grado di soddisfare, cercasse a tastoni un altro luogo in cui consistere lo trovasse in quella che è ormai di fatto diventata la religione del nostro tempo: la scienza “.

Durante la pandemia la Chiesa ha ceduto buona parte del suo controllo della vita e dei tempi della vita:  il controllo della sessualità con matrimoni, delle nascite con i battesimi e della morte con i funerali con la sospensione di ogni cerimonia. E’ stata in questo senso una débâcle epocale. La scienza come religione è stata uno strumento molto più efficiente nelle mani del potere per imporre alla società il controllo sulla vita, vedi il lockdown. I precetti della vecchia religione si sono dissolti, i morti venivano inceneriti in solitudine, i matrimoni rinviati di un paio d’anni, mentre si moltiplicavano i comitati scientifici e ovunque venivano mostrate curve e tabelle. 

Al centro di tali strane congiunzioni di pianeti tra respiratori, epidemie, scienza e religione non è quindi singolare che le firme per il referendum sull’eutanasia legale in Italia si stiano volgendo proprio in questi giorni? Il quesito referendario attualmente proposto inizia così: 

Volete voi che sia abrogato l’art. 579 del codice penale (omicidio del consenziente) approvato con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, comma 1 limitatamente alle seguenti parole «la reclusione da sei a quindici anni.»; comma 2 integralmente; comma 3 limitatamente alle seguenti parole «Si applicano»?

 Omicidio del consenziente. Lo Stato, secondo una già ricordata antica tradizione di pensiero , si fonda sulla violenza, lo Stato in un certo senso è istituzionalizzazione della violenza, oltre che di suo monopolio. Lo Stato non può ammettere l'esercizio della violenza se non l'abbia esplicitamente accordato, nemmeno contro la carne dei consenzienti.  Lo Stato avrebbe senza ombra di dubbio proibito i suicidi, se solo ci fosse stato un modo di punire i colpevoli.  Richiede  un grande esercizio di autocontrollo della violenza statuale ammettere che una qualsiasi forma di violenza o costrizione del vivente possa svolgersi al di fuori della immediata supervisione dello Stato, che essa possa essere accettata senza interpellare la sua autorità. Non a caso l’eutanasia, il testamento biologico e la disciplina del fine vita sono propri degli Stati più maturi e consapevoli, e anche lì sono sottoposti a numerosi paletti e controlli.  

Questo quesito referendario è possibile oggi in Italia perché di fatto la vecchia gamba del controllo della vita, la Religione Cattolica ha abdicato alle sue prerogative, non risultando più utile allo Stato in questa veste antica di controllo della vita. Certo, il cattolicesimo resta un importante gruppo di opinione e bacino elettorale, ma per il controllo della vita e dei viventi si è rivelata enormemente più importante la nuova religione della scienza con la sua appendice della salute pubblica. La sua prerogativa sul vivente è tanto più efficiente quanto privata delle bislaccherie sillogistiche della bioetica cattolica, poiché il sesso può avere per fine solo la riproduzione allora x, y ,z. Il vecchio moralismo trova ancora comunque il modo di manifestarsi scagliandosi contro ragazzi che escono la sera, o contro quelli che osano viaggiare per divertimento, o contro quelli che fanno sport. In questa condizione, lo Stato può oggi persino concedere l’esercizio legale della violenza contro se stessi, privandosi di questa piccolissima prerogativa, tanto grande è il potere che attualmente riesce ad esercitare sul vivente tramite la scienza. Per trovare qualcosa di altrettanto potente in passato bisogna forse risalire ai tempi di Costantino.  

Le alleanze e le tattiche mutano secondo i tempi, non cambia la strategia ultima che è sempre il controllo della violenza in ogni sua declinazione e quindi il controllo della vita. Chiunque per anni abbia pensato al primato assoluto dell’economia dovrebbe forse ricredersi davanti allo spettacolo di Stati che piuttosto accumulano debiti colossali, mettono alla fame interi settori un tempo floridissimi, esiliano all’estero quegli stessi cittadini globali di successo, che prima venivano osannati sulle copertine delle riviste, ma non cedono nemmeno un briciolo di questo potere. 


De Collibus Francesco Maria De CollibusFrancesco Maria De Collibus (Pescara, 1979) si è laureato in Filosofia prima e poi in Informatica a Milano. Da qualche anno vive e lavora in Svizzera, dove svolge anche un Dottorato su Blockchain e Sistemi Complessi  presso l’Università di Zurigo.

Tra le altre cose ha pubblicato i saggi di cultura digitale “Blitzkrieg Tweet” (Agenzia X, 2012) e  - assieme a Raffaele Mauro - “Hacking Finance - la rivoluzione del Bitcoin e della Blockchain” (Agenzia X,  2016).

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