Come il profitto ostacola la ricerca del vaccino per il Coronavirus

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Il Coronavirus sembra destinato a restare con noi a lungo. Nonostante i tentativi senza precedenti di isolamento e contenimento, con circa 50 milioni di persone blindate e l’attività economica virtualmente bloccata in Cina, i casi hanno avuto un’impennata nelle recenti settimane. L’Organizzazione Mondiale della Sanità è stata cauta quanto a usare il termine pandemia, ma la settimana scorsa ha consigliato i paesi a prepararsi come se una fosse imminente.

di Stephen Buranyi

coronavirus444Lo stesso giorno, in una rara briciola di buone notizie, l’Istituto Nazionale delle Allergie e Malattie Infettive (NIAID) degli Stati Uniti ha annunciato di aver già ricevuto il primo candidato per un vaccino contro il nuovo virus, oggi chiamato Sars-CoV-2 – prodotto da una società chiamata Moderna – e che le sperimentazioni potrebbero iniziare già in aprile. Anthony Fauci, il direttore dell’istituto, ha affermato che solo tre settimane tra la scoperta e le sperimentazioni sono un nuovo record, osservando che “nulla è mai andato così veloce”, prima di dichiarare l’inevitabile: anche con il rapido inizio, completare le sperimentazioni ed estendere la produzione richiederà fino almeno all’anno prossimo, e non ci sono neppure garanzie che si arriverà a quello stadio.
 
I vaccini restano l’arma migliore – e virtualmente l’unica – della scienza contro i virus, e tuttavia la tempistica per sviluppare un vaccino, misurata in anni, pare incompatibile senza speranza con una pandemia, che può diffondersi, uccidere e poi scomparire nel giro di settimane o mesi.
I precedenti moderni non ispirano molta fiducia. Ci sono state molteplici epidemie virali negli ultimi due decenni – Sars-CoV-1, Mers, Zika, Ebola – che hanno provocato simili corse a produrre un vaccino. Tuttavia a oggi i soli sforzi riguardo all’Ebola hanno avuto successo, con un vaccino approvato l’anno scorso.
 
Perché? I vaccini per le epidemie devono superare gli stessi ostacoli scientifici e regolamentari di altre cure promettenti, ma soffrono anche di una totale mancanza d’interesse da parte dei mercanti che governano l’industria farmaceutica.
Solo poche grandi società detengono la capacità di sviluppare e produrre un vaccino dall’inizio alla fine, in parte a causa delle spese e dei tempi necessari e in parte perché hanno consolidato i brevetti dei processi di produzione, una situazione che gli analisti definiscono apertamente un oligopolio.
Un successo per una di tali società è una cura per una malattia diffusa e persistente che possano vendere ogni singolo anno in perpetuo.
L’ultimo campione di vendite dell’industria è stato il vaccino per il papilloma umano Gardasil della Merck, in sviluppo per quasi vent’anni, messo in commercio nel 2006 e che tuttora produce entrate per più di un miliardo di sterline l’anno.
Non c’è modo di applicare facilmente la ricerca a fuoco lento dell’industria a un’epidemia. Come ha dichiarato all’Independent nel 2014 il leader britannico della reazione all’Ebola, Adrian Hill: “A meno che non ci sia un vasto mercato, non vale la pena per una grande società… Non c’era un senso economico nel produrre un vaccino per l’Ebola per le persone che ne avevano più necessità”.
Anche se la ricerca inizia durante una pandemia, la natura imprevedibile delle epidemie significa che il lavoro è spesso accantonato se la crisi si spegne e così il progresso si ferma fino alla prossima volta in cui divampa un’infezione simile.
 
Jason Schwartz, un professore della Yale School of Public Health, ha dichiarato questo mese all’Atlantic:
“Se non avessimo accantonato il programma di ricerca del vaccino per la Sars, avremmo avuto disponibile molto più di questo lavoro di base che potremmo applicare a questo nuovo virus, strettamente correlato”.
Le sperimentazioni cliniche richiedono quasi un anno, al minimo, ma sostenere la ricerca fondamentale sui virus noti avere un potenziale epidemico significa che quando spunta un nuova variante non partiamo ogni volta da zero.

Lo scenario attuale è per molti versi il peggiore di entrambi i mondi: troppo lento per avviare la ricerca su nuove minacce perché non ci si fanno i soldi, e troppo rapido da abbandonarla se non si può essere sicuri che si faranno in futuro. E’ un sistema fortemente dipendente dal mercato e il mercato normalmente ci delude. Peter Piot, capo della Scuola di Igiene e Malattie Tropicali di Londra, ha dichiarato in precedenza che l’intero sistema della ricerca e sviluppo non è adatto allo scopo” nel caso di epidemie.

La domanda è: come possiamo correggerlo?
La rapida realizzazione del primo vaccino candidato per la Sars-CoV-2 suggerisce che alcuni sforzi recenti stanno pagando.
Il vaccino della Moderna è in parte sostenuto dalla Coalizione per le Innovazioni sulla Preparazione alle Epidemie (CEPI), un’organizzazione con sede in Norvegia e finanziata da governi e fondazioni quali il Wellcome Trust.
Il suo scopo è mantenere l’attenzione della ricerca sulle malattie potenzialmente epidemiche, anche quando non c’è un focolaio, e sviluppare trattamenti più generali chiamati “piattaforme” che possano essere adattati a molteplici varianti di virus.
Ad esempio, il vaccino inviato al NIAID è a base RNA, rendendolo più facile da personalizzare e più rapido da produrre rispetto ai vaccini tradizionali a base di proteine.
E la CEPI sta già finanziando un vaccino a base DNA per un altro coronavirus, nonché piattaforme per bloccare l’ingresso delle cellule virali, che spera di adattare rapidamente al Sars-CoV-2.

Questo genere di programmi può mantenere una visione e una pianificazione di lungo termine, sostenere la collaborazione internazionale e potenziare la ricerca sui vaccini, ma tuttora non è in grado di realizzare un vaccino su scala pandemica, perché le società e università della biotecnologia con le quali collabora sono semplicemente troppo piccole e lavorano nell’ordine di milioni di dosi.

Il gigante farmaceutico francese Sanofi produce da solo più di un miliardo di dosi l’anno.
Persino l’esercito statunitense, dopo aver prodotto una promettente vaccino per la Zika nel 2017, aveva dovuto cedere i diritti alla Sanofi perché fosse prodotto. (Il contratto è successivamente saltato a causa di critiche di speculazione da parte di organizzazioni di controllo e del senatore Bernie Sanders).

Negli anni ci sono state sollecitazioni, solitamente dopo un’epidemia o un attacco terroristico, perché lo stato unisca il suo impegno alla ricerca – il governo statunitense ha speso più di 500 milioni di sterline per la ricerca sui coronavirus negli ultimi vent’anni – alla capacità di produzione al fine di diventare realmente autosufficiente. Gli Stati Uniti avevano una struttura di questo tipo fino agli anni Novanta, che produceva vaccini per l’esercito al costo di pochi centesimi per ogni dose. Il Regno Unito ha recentemente annunciato una nuova struttura allo stato dell’arte a Oxford che consentirà al governo di produrre vaccini propri, un passo incredibile, ma non sarà operativa prima del 2022.

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Un mondo nel panico osserverà i vaccini procedere lentamente attraverso sperimentazioni cliniche durante l’anno prossimo. Anche i mercati staranno in osservazione. Dopo che Fauci aveva affermato che era “molto difficile e molto frustrante” che nessuna grande compagnia farmaceutica si fosse fatta avanti per produrre vaccini, sia la Sanofi sia la Johnson & Johnson hanno annunciato una nuova collaborazione con il governo statunitense sulle cure potenziali.  Tuttavia il segretario alla sanità e ai servizi umani, Alex Azar, non ha offerto nessuna garanzia che saranno accessibili. “Abbiamo bisogno che il settore privato investa”, ha detto. “I controlli dei prezzi non ci porteranno a ciò”.

Fonte: The Guardian - Stephen Buranyi è un giornalista specializzato in scienza e ambiente.

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